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Morgan Drake assiste a un omicidio in un vicolo ed è l’unica persona in grado di fornire le prove per incriminare il poliziotto che ne è il responsabile. Quando il rifugio segreto in cui l’FBI lo nasconde viene compromesso, Morgan segue le istruzioni fornitegli da Taylor, l’agente incaricato della sua sicurezza, e scappa. 

Nik Valentinov lavora per il Santuario, una fondazione in grado di offrire protezione ai testimoni quando l’FBI fallisce. È da lui che Taylor manda Morgan perché lo protegga, ma nessuno dei due uomini si aspetta che due settimane da soli in una remota baita in mezzo ai boschi sconvolgeranno i loro cuori con qualcosa di completamente diverso dal tentativo di mantenere Morgan in vita.



Dale MacIntyre, ex Navy SEAL e agente del Santuario, si finge il collaboratore di un membro importante della famiglia Bullen, ed è vicino a ottenere le prove che è stata quest’ultima a ordinare la morte di Elisabeth Costain quando… qualcuno si mette sulla sua strada.

Joseph Kinnon, Navy SEAL in servizio, torna a casa dopo molti mesi di missione e si trova a dover affrontare la tragica notizia della morte della sorellastra, uccisa con un colpo di pistola da uno sconosciuto in un vicolo.

È determinato a scoprire chi sia l’assassino quando… qualcuno si mette sulla sua strada. Entrambi gli uomini vogliono la stessa cosa, ma hanno metodi diversi per ottenerla. Entrambi vogliono vedere la famiglia Bullen alla sbarra, ma uno cerca giustizia, l’altro vendetta.

Ciò che succede tra loro, comunque, non ha nulla a vedere né con l’una né con l’altra.


Il Momento Della Verità (#3)

Beckett Jamieson scopre di essere stato adottato quando, al compimento del suo ventunesimo anno, un avvocato gli consegna una lettera della madre. Il suo vero nome è Robert Bullen. Peccato, però, che la famiglia a cui dovrebbe appartenere sia coinvolta in attività criminali della peggior specie. Robert decide di contribuire a distruggerli ma finisce in ospedale, pestato a sangue e temporaneamente cieco. Un agente del Santuario lo accompagna in una casa protetta dove potrà riprendersi.

Il dottor Kayden Summers, agente operativo del Santuario, non è per niente contento di ritrovarsi bloccato in mezzo al nulla insieme a un uomo privo di conoscenza. Quando però Beckett si sveglia, la situazione sembra peggiorare ancora, perché il giovane non si fida di lui ed è più determinato che mai a scoprire cosa nascondesse la madre, senza contare l’attrazione che nasce fra loro.

Riusciranno a superare le loro divergenze e a eliminare la minaccia rappresentata dai fratelli Bullen?

L’apparenza Inganna (#4)

Il nuovo incarico di Adam lo vede costretto a lavorare insieme a un uomo che odia. Lo stesso uomo che due anni prima ha dimostrato di non avere fiducia in lui e in un solo giorno ha distrutto il loro rapporto.

Lee è deciso a scoprire perché Adam ha tradito il Bureau e il caso Bullen gli presenta la scusa perfetta per rientrare nella vita dell’ex amante.

La Fondazione Santuario e il caso Bullen sullo sfondo, riusciranno i due a capire che non tutto ciò che credevano fosse vero era reale?



Il cerchio si chiude (#5)

Manny Sullivan è la spina dorsale del Santuario. Nulla sfugge al suo sguardo attento e quando Manny scorge Josh Headley dove non dovrebbe essere, è lui che corre a salvarlo.

Josh è entrato sotto la protezione della Fondazione dopo che il padre ha deciso di testimoniare contro i Bullen. La sua vita sembra essere a un punto morto: non solo il genitore è un assassino, ma il suo ragazzo si rivela un bugiardo che stava con lui al solo scopo di carpirgli informazioni. Spera però che le sue capacità informatiche gli permettano di dare il suo contributo per giungere alla conclusione del caso.

La storia che ebbe inizio con l’omicidio di Elisabeth Costain si sta avvicinando alla conclusione e Josh e Manny si trovano al centro dell’azione.

Quando Manny mette a rischio al propria vita, sarà forse arrivato per Josh il momento di mettere a rischio il proprio cuore?


Il diario dei segreti (#6) Novembre 2016

Jake trascorre sempre il Natale al Santuario uno.

Sin dalla sua infanzia, la cabina nascosta nei boschi è stata la meta della sua famiglia per le festività, e ora, con l’avvicinarsi del terzo anniversario dalla morte del padre, Jake organizza una breve vacanza per se stesso, Kayden e Beckett. Purtroppo, una tempesta di neve blocca il fratello e il suo ragazzo a New York e Jake si ritrova da solo in montagna.

Sean è in fuga e l’unico posto dove può rifugiarsi è una cabina di cui si fa cenno in un vecchio diario: la prima casa protetta del Santuario. La cabina non è più usata a scopo protettivo, ma sarebbe comunque un buon riparo dove potersi prendere cura delle proprie ferite e fare un bilancio della propria vita.

Nessuno dei due uomini è preparato a trascorrere una settimana di isolamento in reciproca compagnia e neppure a fronteggiare i segreti che minacciano di ucciderli entrambi.


Bio

RJ Scott si prefigge lo scopo di scrivere storie con un cuore pulsante d’amore, un viaggio arduo verso la felicità e, più importante di tutto, l’accenno di un ‘…e vissero per sempre felici e contenti’.
Durante la sua carriera di scrittrice, RJ ha scritto oltre novanta romance MM. Le sue storie parlano di personaggi particolari e complicati, cowboy, milionari, principi, e degli uomini che con loro hanno a che fare. Ciò che comunque non manca mai nei suoi libri è il lieto fine.
RJ vive appena fuori Londra e trascorre ogni attimo libero insieme alla sua famiglia oppure a leggere e scrivere.
Tra le sue pubblicazioni ci sono anche romance MF, per i quali usa lo pseudonimo Rozenn Scott.
L’ultima volta che si è presa una settimana di vacanza dalla scrittura non ha gradito e deve ancora incontrare, nella sua vita, una bottiglia di vino che non sia stata capace di sconfiggere.
È sempre contenta di interagire con i lettori, i blogger e altri scrittori. È possibile contattarla tramite i link sotto elencati:

Il cerchio si chiude - Santuario libro 5 - Disponibile Ora

Manny Sullivan è la spina dorsale del Santuario. Nulla sfugge al suo sguardo attento e quando Manny scorge Josh Headley dove non dovrebbe essere, è lui che corre a salvarlo.

Josh è entrato sotto la protezione della Fondazione dopo che il padre ha deciso di testimoniare contro i Bullen. La sua vita sembra essere a un punto morto: non solo il genitore è un assassino, ma il suo ragazzo si rivela un bugiardo che stava con lui al solo scopo di carpirgli informazioni. Spera però che le sue capacità informatiche gli permettano di dare il suo contributo per giungere alla conclusione del caso.

La storia che ebbe inizio con l’omicidio di Elisabeth Costain si sta avvicinando alla conclusione e Josh e Manny si trovano al centro dell’azione.

Quando Manny mette a rischio al propria vita, sarà forse arrivato per Josh il momento di mettere a rischio il proprio cuore?

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Santuario



Recensioni

Estratto 

Capitolo 1

Manny Sullivan era più che incazzato e sulla buona strada per diventare furioso. Sean Hanson, che fosse maledetto, aveva infettato il sistema con un worm che era penetrato nel suo archivio privato a prova di bomba.

“Cos’ha fatto?” chiese Jake mentre lo osservava ripulire file dopo file. L’uomo si appoggiò alla scrivania accanto a lui, nella sua espressione lo stesso sconcerto che dilagava in tutto l’ufficio.

Nessuno era mai stato in grado di avvicinarsi in quel modo al cuore delle Ope e violare i file del Santuario. Siccome era proprio Manny il responsabile della sicurezza, e tutto ciò che lui non conosceva dei sistemi del Santuario roba di poco conto, l’attacco informatico era stato un enorme disastro.

“Devo dargliene atto a quel maledetto,” disse a malincuore. “È un codice notevole. Gli ha permesso di accedere in remoto a roba di basso livello aggirando le procedure di identificazione. Però è strano…” Manny si interruppe e scrutò lo schermo più vicino a lui.

“Cosa c’è di strano?”

“Poteva andare molto peggio. Chiunque abbia creato il codice sapeva il fatto suo. Il virus in sé è ingegnoso e Sean avrebbe potuto fare molti più danni. Invece, ha lasciato una traccia evidente quanto due orme sul cemento fresco.”

“In parole povere?” Jake si sporse ancora di più, lo guardo che saettava dallo schermo agli appunti e viceversa.

Manny rise tra sé e sé. Proprietario miliardario e promotore del Santuario, Jake Callahan era molte cose, ma sicuramente non un tecnico informatico. Per Jake il codice che scorreva sullo schermo doveva apparire come qualcosa uscito direttamente da Matrix. Manny controllò l’avanzamento: vicino al settantadue per cento e maledettamente lento. Ne avrebbe avuto di tempo a disposizione per guardare gli anti-virus in azione e riflettere sul perché Sean si fosse lasciato dietro una traccia così semplice da seguire per localizzare l’infezione. La sua parte diffidente ipotizzò subito il peggio: la roba semplice era stata lasciata in superficie per essere scoperta, così che qualcosa di più profondo venisse ignorato. Doveva però tenere conto del fatto che aveva appena ripulito a fondo il sistema senza trovare nulla di dannoso all’infuori di quella merda che si insinuava nelle comunicazioni. Di solito non si faceva troppi scrupoli nell’esporre a Jake i suoi pensieri, ma era abbastanza onesto da ammettere che in quel momento sentiva un profondo imbarazzo per come Sean fosse riuscito ad avvicinarsi così tanto alla sua creatura.

Jake non aveva detto nulla. Non lo aveva accusato di nulla. Ma l’orgoglio di Manny ne era rimasto lo stesso intaccato.

Manny pigiò il tasto ESC per fermare lo scorrimento e indicò lo schermo. “Guarda,” disse. “In questa parte sembra che il blocco nel sistema delle comunicazioni dovesse servire solo a nascondere quello che succedeva al cottage. Poi ha iniziato ad auto cancellarsi. Come se fosse a tempo.”

“Solo per nascondere mentre Sean uccideva Adam e Lee?” Jake indietreggiò, la consueta amarezza che inaspriva il suo tono di voce. Non era stato più lo stesso da quando Sean si era rivelato la talpa che lavorava per conto di Alastair e Greg Bullen. Al momento, l’uomo era interrogato dai Federali. Non aveva opposto molta resistenza quando i due agenti del Santuario lo avevano affrontato, ma durante uno scontro a fuoco con i due gorilla armati al suo seguito Lee era stato colpito. Sean e Jake non erano stati esattamente amici, ma Manny aveva notato un certo disgelo rispetto all’inizio, quando il suo capo era stato costretto ad accettare che un rappresentante dell’FBI osservasse ogni sua mossa. Si era arreso alla richiesta che il Santuario e il Bureau dovessero collaborare a stretto contatto, ed era andata bene, considerato che Sean si era rivelato uno dei cattivi!

Manny si strinse nelle spalle. “Mi piacerebbe saperlo. La cosa certa è che il worm è stato facile da trovare una volta attivato. Su ogni singola parte del mio sistema sono comparsi degli indicatori. Allarmi e incongruenze. In questo modo, il sistema di comunicazioni è rimasto bloccato per poco più di dieci minuti.”

“Eppure sarebbe bastato per assicurarsi di uccidere Adam e Lee.”

Manny sollevò lo sguardo su Jake. L’uomo sembrava esausto. Pallido e con occhiaie scure, appariva trasandato a confronto del suo consueto aspetto impeccabile. Aveva preso molto male il fatto che Sean li avesse presi tutti in giro a quel modo. Non aveva avuto molta scelta nell’accettare che un contatto dei Federali ispezionasse ogni loro movimento e procedura, ma ancora si sentiva responsabile per aver lasciato che Sean seguisse da vicino le operazioni.

“A quel che dicono i rapporti, non era esattamente pronto ad aprire il fuoco per far fuori i nostri ragazzi. In più, la pista lasciata nel computer non spiega perché fosse coinvolto con i Bullen o con Headley.”

“E non sta rivelando nulla ai Federali.” Jake celò con la mano un grosso sbadiglio. “Almeno nulla che stiano condividendo con noi.”

Sean Hanson era stato nascosto in una struttura sicura dall’FBI e in quel momento, secondo quanto riferito dai Federali, stava subendo un interrogatorio serrato. Anche il Bureau era rimasto sorpreso quanto il Santuario nell’apprendere che uno di loro li avesse traditi in modo così eclatante, ma ciò non significava che passassero le informazioni. Alla faccia della cooperazione.

“E non c’è nessuna possibilità di farci una chiacchierata?” Se fosse dipeso da lui, Manny gli avrebbe urlato in faccia un bel ‘e che cazzo?’, ma Jake aveva spento quella reazione sul nascere.

“Non ci compete,” commentò sommessamente. Il fatto che avesse ripetuto la stessa cosa che aveva detto prima era più significativo di quanto pensasse. La prima volta, Jake aveva pronunciato quelle parole con tono rabbioso. Stavolta erano accompagnate solo da tristezza e rassegnazione.

“Andrò avanti con la ricerca,” offrì Manny. Doveva dire qualcosa per spezzare la tensione. “Forse Sean salterà fuori da qualche ripresa delle telecamere di sorveglianza. Non sappiamo davvero nulla delle informazioni che i Federali hanno su di lui?” Trattenne una risata. Che l’FBI avesse innalzato le difese e non condividesse le informazioni non rappresentava di certo un problema per lui. “Vuoi che hackeri i loro sistemi?”

Jake rise. “Non oggi. Ti farò sapere io quando."

L’uomo si raddrizzò e si allontanò dalla scrivania. “Abbiamo qualche rapporto sugli Headley?” chiese. Gli Headley erano la moglie e il figlio dell’uomo che aveva scatenato tutto quel casino: il poliziotto che aveva sparato a Elisabeth Costain in un vicolo. Gareth Headley aveva accettato di testimoniare contro Alastair Bullen solo perché il Santuario aveva offerto loro protezione senza il coinvolgimento dell’FBI.

“Jennifer ha fatto rapporto poche ore fa. È tutto a posto, ma Josh Headley sta diventando irrequieto.”

Josh Headley era un tipo sveglio — una specie di studente prodigio in criminologia, a cui c’era da aggiungere, a quanto sembrava, un grande talento con i computer. Anche se Manny dubitava che potesse essere al suo stesso livello, si trattava comunque di una peculiarità interessante in un ragazzo altrimenti noioso, almeno all’apparenza. Di bell’aspetto. Alto. Capelli neri. Occhi verdi. Gay. Ma pur sempre il figlio di un assassino e verosimilmente destinato a scomparire presto dalla scena dietro un programma di protezione testimoni.

“Dobbiamo trasferirli,” disse Jake distrattamente. Aveva lo sguardo perso nel vuoto e un’espressione pensosa sul viso. Probabilmente stava valutando cosa potessero permettersi e quale sarebbe stato il luogo migliore. Il Santuario non era solo una fondazione per Jake. Era la sua vita.

“Dovresti andare a casa, capo,” suggerì Manny con fermezza. “Decideremo domani.”

“Disse il ragazzo che avrebbe potuto benissimo piantare una tenda in un angolo della sala comunicazioni.”

Manny ignorò il commento. Come avrebbe potuto tenere tutto sotto controllo se non fosse stato lì? “Se salta fuori qualcosa ti avviso.” Si concentrò sugli schermi e sul codice che era stato estratto, notando a malapena quando Jake uscì. Le linee di codice in realtà erano molto complicate e ancora una volta si sentì travolto da un’ondata di ammirazione nei confronti di Sean, sempre ammesso che fosse stato davvero lui a infettare il sistema. Gli portarono del caffè. C’era sempre qualcuno che lo faceva. Lui era solito seppellirsi così tanto nel lavoro da dimenticare persino di mangiare. Quando, per un motivo o per l’altro, era costretto a voltarsi, ecco che si trovava accanto un piatto con dei panini, un caffè o una lattina. A volte tutte e tre le cose. Sospettava di Abbey della contabilità o di Cain delle Ope, ma non era mai riuscito a cogliergli in flagrante.

Si appoggiò allo schienale e controllò l’ora: mancava poco alla mezzanotte. Come consuetudine diede un’occhiata a tutte le telecamere piazzate sugli otto punti che il Santuario stava tenendo d’occhio. Non che dovesse proprio farlo: le Ope stavano operando un controllo 24/7, oltre il loro normale lavoro. Le telecamere puntavano sulla casa e sull’ufficio del Senatore, su villa Bullen sulle Catskills, e su parecchi altri punti chiave, inclusa la casa dell’avvocato dei Bullen. Controlli ovviamente non proprio legali: era stato Manny a hackerare le telecamere del governo e quelle lungo le strade. L’immagine era nitida nella notte serena e tutto era tranquillo. Per quanto ne sapeva lui, la villa era vuota. In base alle informazioni il Senatore era a casa sua, Greg chiaramente morto e Alastair in stato di arresto. Riguardo l’avvocato dei Bullen, invece, si sapeva che era un tipo a posto con due figli e che sembrava concentrare la maggior parte della sua attività nello smontare i casi mossi contro la famiglia. Doveva essere pagato profumatamente per farlo.

Non c’era un collegamento tra lui e il Senatore – il suo lavoro consisteva nel proteggere gli interessi degli altri due fratelli Bullen – ma considerato ciò che Morgan avrebbe illustrato l’indomani, era meglio stare sul sicuro e controllare tutti. Arrivata e passata la mezzanotte, Manny bevve il suo caffè freddo. Quel sapore amaro era qualcosa a cui ormai aveva fatto l’abitudine e, dato che non aveva fame, il panino al tacchino finì direttamente nel cestino insieme a mezza banana. Risistemandosi sulla sedia, la reclinò e vi si allungò. Passare la notte al Santuario e addormentarsi lì non era inusuale per lui. Le Ope gli guardavano le spalle e lo avrebbero informato se fosse saltato fuori qualcosa. Diamine, attraversare stancamente mezza città e raggiungere casa solo per dormire gli sembrava davvero una perdita di tempo. Comunque uno volesse metterla. Manny era contento di stare lì, con i suoi computer e le sue statistiche. Lo faceva sentire importante e consapevole che il lavoro che stava facendo era utile.

Fece un grosso sbadiglio e stirò la schiena. Il collo gli doleva per essere rimasto a lungo chino sui tabulati di codici, ma una piccola dormita sarebbe bastata a rilassarlo quel tanto che bastava a permettergli di concentrarsi di nuovo sul suo compito.

Un piccolo movimento su uno dei monitor catturò la sua attenzione. Sbatté le palpebre per scacciare la stanchezza e concentrarsi. Casa dell’avvocato? Fermò la successione delle immagini su quella ripresa. C’era qualcuno sul muro posteriore. Volevano davvero scalarlo? Nessuno poteva essere tanto stupido! La casa era recintata, sorvegliata e chiusa da un cancello. Solo un idiota avrebbe potuto arrampicarsi su quel muro. Cliccò per zoomare l’immagine della telecamera, che si sgranò mano a mano che l’ingrandimento aumentava, ma non c’era alcun dubbio su chi diavolo stesse mettendo a rischio la propria vita.

“Merda.” Schizzò in piedi e nel giro di pochi istanti raggiunse la sala delle Ope.

“Manny, c'è movimento nel punto K,” comunicò l’addetto. C’era Cain era di turno che, seduto alla scrivania, stava già digitando sulla tastiera, facendo il suo lavoro, cercando di scoprire chi si trovasse in quel luogo e di recuperare quante più informazioni possibile.

“Chi abbiamo sul campo?” chiese Manny spiccio. Domanda piuttosto stupida, in realtà. Anche se ci fosse stato qualcuno degli operativi del Santuario nelle vicinanze, nessuno di loro avrebbe potuto raggiungere la casa tanto in fretta quanto lui.

“Due agenti a trenta minuti.” Cain lo guardò, gli occhi spalancati dalla paura dietro l’ampia montatura rotonda.

“Come non detto,” disse Manny in tono brusco. “Mi serve supporto.”

Cain gli porse una piccola scatola che conteneva un auricolare e Manny l’afferrò al volo. Posizionandolo nell’orecchio uscì di corsa dalla sala. Fece le scale tre gradini alla volta e fu nel parcheggio che non erano trascorsi nemmeno due minuti da quando aveva visto la sagoma arrampicarsi sul muro.

Chiese informazioni più dettagliate mentre metteva in moto il SUV, le Ope stavano coordinando ogni cosa e finalmente Jake fu in linea al telefono.

“Dimmi, Manny.”

Le strade erano tranquille e Manny imboccò la tangenziale che dal distretto commerciale portava alla zona periferica. “Inserite le coordinate dell’avvocato,” istruì le Ope attraverso l’auricolare, rimanendo in attesa finché il tono morbido del navigatore satellitare non riempì l’abitacolo. Cain era bravo nel suo lavoro e Manny lanciò un’occhiata al monitor. Otto miglia. Otto minuti senza traffico e mantenendosi entro i limiti di velocità. Sei, se avesse spinto sull’acceleratore.

“Manny?” lo chiamò di nuovo Jake.

“Ho appena visto quel cretino di Josh Headley a casa dell’avvocato.”

“Aspetta.” Il tono di Jake era deciso, e per qualche secondo la linea rimase silenziosa. La periferia di Albany scorreva veloce dietro i vetri dell’auto e Manny evitò per un pelo un semaforo rosso, spinto dalla determinazione di scoprire che diavolo stesse succedendo. “Jennifer dice che è uscito dalla casa protetta e che la sicurezza è stata disattivata.”

Non c’era tempo per polemizzare su come quell’idiota fosse riuscito a fuggire dalla rifugio del Santuario aggirando la blindatura e la guardia di un agente esperto come Jennifer. “Sono a tre minuti,” annunciò.

“Nik è per strada. A venti minuti. Cazzo.” Jake si interruppe. Manny si concentrò nel farsi strada attraverso le auto parcheggiate sulle corsie fuori dal perimetro urbano. “Non dobbiamo permettere che l’avvocato scopra Josh. Manderà a puttane la testimonianza di suo padre. Puoi recuperarlo senza farti vedere?”

Manny immaginò la disposizione della casa e del giardino recintato mentre evitava a stento una Toyota parcheggiata con il didietro troppo sporto sulla strada. Attraversare il giardino avrebbe richiesto pochi secondi, ma aggirare la sicurezza molti di più. Come ci era riuscito Josh? Che cosa voleva fare irrompendo in quella casa? Stava perseguendo una specie di vendetta nei confronti dell’avvocato dei Bullen? Era un senso di giustizia distorto? Perché aveva lasciato la casa protetta? Perché stava mandando tutto a farsi fottere?

“Ci sono, Jake," disse invece di rispondere alla domanda. Era inutile riferire al suo capo paure, preoccupazioni e dubbi. Accostò a un isolato dalla casa e in meno di un minuto fu fuori dall’auto e davanti al muro. La proprietà era in una posizione arretrata rispetto alla strada, completamente recintata e video sorvegliata. Calcolò che Josh era lì già da dieci minuti. Cazzo! In quel lasso di tempo sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa.

Inalando a fondo e concentrandosi, tirò fuori la pistola da dietro la schiena, il peso dell’arma rassicurante tra le sue mani. Non sapeva con esattezza ciò che avrebbe trovato all’interno del giardino o della casa. L’avvocato avrebbe potuto avere delle guardie del corpo. Diavolo, avrebbe persino potuto puntargli contro un’arma. Controllando il carrello della pistola, Manny immaginò il percorso da lì fino alla casa. Era ben conscio delle telecamere installate dal servizio di sicurezza privato. Diede le spalle a quella di cui si serviva anche il Santuario, facendo un veloce ok col pollice alle Ope. Se il sistema di comunicazioni si fosse interrotto di nuovo, voleva essere sicuro che sapessero che era sul posto, ma non c’era ragione per cui la sua faccia dovesse apparire ovunque. Alzò il colletto della giacca, prese un paio di respiri per rilassarsi e scavalcò il muro, ricadendo silenziosamente sull’erba dall’altra parte. Si mise in ascolto, ma non riuscì a udire nulla.

“Tutto tranquillo, ragazzi,” comunicò attraverso il microfono posizionato nel suo auricolare. “Niente pistole. Niente polizia. Niente cani. Niente schiamazzi.”

“Prendilo ed esci,” disse Cain di getto. “Tre entrate," aggiunse. “Una frontale e due sul retro. Tutte con sistema d’allarme.”

Manny scartò la prima entrata e si fermò fuori dalla seconda, la brezza che increspava le foglie degli alberi e faceva vibrare leggermente la sottile porta. Era aperta e il pannello di sicurezza scardinato da un lato. Chiaramente Josh non aveva perso tempo. D’altronde, neanche Manny riusciva a capacitarsi di come qualcuno avesse potuto sprecare del denaro su: A) un sistema di sicurezza così merdoso e B) una porta così inconsistente. Si mosse nel modo più discreto possibile, la pistola all’altezza del petto, ogni terminazione nervosa sul chi va là.

“Non farti prendere,” gli disse Cain con molta prudenza.

Io non mi faccio prendere mai, pensò Manny. Seguì il suono di una voce alterata. Sembrava quella di una persona che avesse molto da dire e un peso di cui liberarsi. Manny si fermò fuori dalla porta, che era aperta. Arrischiò un’occhiata, ma non riuscì a vedere altro che la schiena di una figura alta e scura che identificò chiaramente come Josh. Era proprio lui che stava parlando.

“… ingenuo pensare che non lo avrei scoperto. Quando è stato? Quel giorno al club? Ti sei intrufolato nella mia vita per potermi tenere d’occhio?”

“Josh, ti prego…”

“Cos’hai fatto, E?”

E? Eric Santez. Il figlio maggiore dell’avvocato.

“Lui è mio padre. Mi aveva detto che era importante…”

“Gli hai riferito anche di tutte le volte in cui ho lasciato che mi mettessi a novanta sul divano? O della notte in cui abbiamo scopato nel ripostiglio…?”

“Ti sentirà…” Eric sembrava molto più che alterato, quasi al limite dell’esasperazione. “Te ne devi andare.”

“Quando dicevi di amarmi…” Di nuovo la voce Josh. “Sei mai stato sincero?”

Manny sbatté piano testa contro il muro. Merda. Perché nessuno aveva unito tutti i punti? Il fidanzato a cui Josh voleva dire addio era il figlio dell’avvocato dei Bullen? Ora sì che tutto aveva un senso, cazzo. Josh era stato preso in giro, e naturalmente l’aveva scoperto.

La voce di Cain riecheggiò nel suo orecchio. “Ha chiamato Jennifer. C’è una marea di dati che Josh ha messo insieme su Emilio Santez ed Eric Santez. È tutto sul computer. Josh non cercava di nascondere quello che ha trovato. E ha violato il codice della blindatura.”

“No, non ero sincero,” stava dicendo Eric. “Non potevo amarti. Non ci avrebbe mai portato da nessuna parte…”

Manny sentì il suono di un pugno che colpiva la carne, seguito dal rumore di qualcuno che cadeva, forse su un tavolo. Cazzo! Josh rischiava di rovesciare su tutti loro una montagna di merda se non si fosse dato una calmata.

Prendendo un respiro profondo e poi rilasciandolo, Manny entrò nella stanza con la pistola spianata. Registrò la situazione in un istante. Eric Santez era steso sul pavimento, il petto che si alzava e si abbassava e un rivolo di sangue che gli scorreva dal naso. Josh Headley era in piedi davanti a lui, il viso solcato da una rabbia sorda. Poi spostò lo sguardo su Manny, gli occhi vitrei per lo shock.

“L’ho colpito,” fu tutto quello che riuscì a dire, mentre alzava la mano e la scuoteva incredulo per ciò che aveva appena fatto. “Merda.”

Merda, in effetti.

“Mani dove posso vederle.”

“Non andrò da nessuna parte…”

“Ce ne andiamo,” lo informò Manny in tono brusco. Indicò la direzione con la pistola e Josh si adeguò all’ordine piuttosto velocemente. Camminò fuori dalla porta con le mani in alto e Manny lo seguì. Solo dopo essere usciti dalla stanza principale, dove Eric giaceva privo di sensi, Josh tentò la sua carta. Con un movimento fulmineo degno di un uomo che aveva visto fin troppi film d’azione, girò sui tacchi e tentò di afferrare la pistola. Manny lasciò che spostasse il suo baricentro e con una delle sue mosse esperte, lo mise faccia al muro, un braccio intrappolato e il caricatore dell’arma premuto con forza contro la schiena. Un uomo di un metro e ottanta imprigionato, in pratica, tra il muro e la sua presa. Manny provò un piccolo brivido perché ancora una volta qualcuno lo aveva sottovalutato basandosi sulla sua altezza, stimandolo un facile bersaglio.

“Manny Sullivan,” sussurrò con voce dura. “Santuario. Smettila di opporti, vai fuori e scavalca di nuovo quel muro di merda.”

Josh si rilassò e senza nemmeno voltarsi si allontanò dalla casa non appena Manny lo liberò. Quando raggiunsero il muro, le luci della villa iniziarono ad accendersi e mentre ricadevano dall’altro lato il suono di un allarme che proveniva dall’interno spezzò il silenzio. Manny si risistemò l’arma dietro la schiena e cominciò una leggera corsa fino alla sua auto. Josh gli era alle calcagna e senza batter ciglio salì dal lato del passeggero.

Nel giro di un minuto avevano già lasciato il luogo in cui Manny aveva parcheggiato e ripreso la direzione del Santuario.

“Mi dispiace…” iniziò a dire Josh.

“Chiudi quella cazzo di bocca,” sbottò Manny mentre usciva dall’area residenziale per immettersi di nuovo in quella urbana. Josh ubbidì e, pochi minuti dopo, erano già nel parcheggio sotterraneo del Santuario, fuori dall’auto e nell’ascensore. Il ragazzo rimase in silenzio mentre Manny inseriva il codice per il piano e poi si appoggiava contro la parete.

“Cosa…”

“Ti ho detto di stare zitto.” Manny era incazzato. Perché diavolo il Santuario si prendeva la briga di occuparsi di quella merda quando poi persone come quello stupido ragazzino mandavano tutto all’aria?

Josh fece un movimento brusco e si allontanò dalla parete. Chiaramente aveva qualcosa da dire. Lui tirò semplicemente fuori la pistola da dove l’aveva riposta, fece finta di controllarla e rifiutò di incontrare lo sguardo del ragazzo. Questi sospirò e rilassò la postura.