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Il Codice - Ora fuori


Trama

Innamorarsi della sorella del suo migliore amico gli era sembrata una buona idea, a quel tempo.

La vita e la carriera di Ryan Flynn nella squadra di hockey degli Ice Dragons sono scandite da un codice: amicizia, lealtà, rispetto, guida e protezione. Quando la sorella del suo migliore amico lo chiama perché la riaccompagni a casa dopo una rapina, è solo con un enorme sforzo di volontà che Ryan si ricorda che per lui la ragazza è off-limits. Non importa che lei rappresenti una tentazione troppo forte per un uomo già sull’orlo del precipizio: Ryan ha promesso a suo fratello che non permetterà a nessuno sportivo professionista di avvicinarla, e ciò include anche lui.

Kat ha desiderato Ryan Flynn sin dal primo momento in cui lo ha visto, ma c’è un problema: il giocatore di hockey è il migliore amico di suo fratello e i due sono legati da un complicato codice cavalleresco, sia fuori che dentro la pista. Quando lui la salva e la riporta a casa, Kat gli chiede un bacio e Ryan è ben felice di accontentarla. Le cose, però, sfuggono loro repentinamente di mano quando quel singolo bacio si trasforma in qualcosa da tenere nascosto al fratello di lei.

Riuscirà Ryan, il coriaceo difensore dei Dragons, a non vedere Kat come qualcosa di più che la sorella del suo migliore amico? E riuscirà Kat a catturare e tenere per sé quel “drago” che rappresenta la sua metà?

Traduttore: Maria Jose Ruffo

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Recensione

Grazie a uno stile scorrevole, dialoghi divertenti e all'occasione intensi, un'analisi dei protagonisti non invadente inserita nei momenti giusti, posso dire di consigliare questo romanzo alle amanti del genere. Vi dirò di più, aspetterò con impazienza di leggere i successivi romanzi di questa serie; sono sicura che avranno molto da raccontarci!! - Romance and Fantasy

'Il codice' è un romanzo dannatamente coinvolgente ed entusiasmante, con quel giusto mix di dolcezza, romanticismo, dramma, passione e momenti hot che danno origine alla perfetta storia. Ho apprezzato lo stile chiaro, immediato e curato dell'autrice, che ho riscontrato anche nella traduzione e la capacità della Scott di aver dato vita ad una storia convincente sotto ogni punto di vista e con la dose perfetta di tutto.

Che altro dirvi? Penso di essermi dilungata anche troppo, dovete assolutamente leggere questo primo volume della serie Ice Dragons Hockey, di cui spero di poter leggere presto i volumi seguenti! - My 365 Days of Books

È una lettura ben equilibrata: dolce, passionale , ma non solo. È anche più verosimile grazie all’aggiunta di elementi che caratterizzano la vita di tutti i giorni. Credo inoltre che sia della giusta lunghezza dato che non risulta appesantita da ulteriori elementi mirati a tappare i buchi come è successo in altre mie letture (tra l’altro abbandonate). La consiglio dunque principalmente per questi motivi. - Lexi Fox Review





Il Codice (Ice Dragon's #1) esce il 7 Novembre


Trama

Innamorarsi della sorella del suo migliore amico gli era sembrata una buona idea, a quel tempo.

La vita e la carriera di Ryan Flynn nella squadra di hockey degli Ice Dragons sono scandite da un codice: amicizia, lealtà, rispetto, guida e protezione. Quando la sorella del suo migliore amico lo chiama perché la riaccompagni a casa dopo una rapina, è solo con un enorme sforzo di volontà che Ryan si ricorda che per lui la ragazza è off-limits. Non importa che lei rappresenti una tentazione troppo forte per un uomo già sull’orlo del precipizio: Ryan ha promesso a suo fratello che non permetterà a nessuno sportivo professionista di avvicinarla, e ciò include anche lui.

Kat ha desiderato Ryan Flynn sin dal primo momento in cui lo ha visto, ma c’è un problema: il giocatore di hockey è il migliore amico di suo fratello e i due sono legati da un complicato codice cavalleresco, sia fuori che dentro la pista. Quando lui la salva e la riporta a casa, Kat gli chiede un bacio e Ryan è ben felice di accontentarla. Le cose, però, sfuggono loro repentinamente di mano quando quel singolo bacio si trasforma in qualcosa da tenere nascosto al fratello di lei.

Riuscirà Ryan, il coriaceo difensore dei Dragons, a non vedere Kat come qualcosa di più che la sorella del suo migliore amico? E riuscirà Kat a catturare e tenere per sé quel “drago” che rappresenta la sua metà?

Traduttore: Maria Jose Ruffo

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Per i pomeriggi di pioggia


Trama

Un libro della serie Il curioso ricettario di Nonna B

Robbie MacIntyre gestisce un piccolo ufficio postale nel vecchio edificio di quella che era una stazione ferroviaria nella periferia della sonnolenta Barton Hartshorn, a nordovest di Londra. Rimane sbalordito quando la proprietaria, Maggie, una sua cara amica, gli lascia in eredità non solo l’ufficio postale, ma anche l’intera stazione.

Il resto dell’eredità va a uno scrittore americano, Jason Young. Quando l’uomo si trasferisce nel paesino, Robbie rimane frastornato dall’attrazione che prova per la persona che avrebbe più diritti di lui sulla stazione.

A quel punto compare una scatola, che contiene varie prime edizioni rare e un ricettario. Tutto inizierà ad avere un senso solo quando gli ingredienti segreti di una particolare ricetta saranno finalmente svelati, portando alla luce un amore che si è interrotto settant’anni prima.

Traduttore: Emanuela Graziani

Rilasciato il 10 ottobre 2017

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Estatto

Capitolo 1

“ALMENO CI hai provato, Robbie.” Doris mi diede dei colpetti leggeri sulla mano con il suo solito fare rassicurante. Non avevo bisogno di rassicurazione. Mi serviva che quella cavolo di torta venisse bene. Insomma, quanto poteva essere difficile non mandare qualcosa a puttane, quando avevo la ricetta davanti a me?

Punzecchiai con la forchetta quello che era rimasto della torta con la salsa di mele. Il pasticcio emise un chiaro puah mentre collassava su sé stesso attorno al grosso buco che era comparso in qualche modo durante la cottura.

“Ho seguito la ricetta.” E l’avevo seguita davvero, alla lettera. Ogni singola tazza di farina e cucchiaio di burro, ogni cucchiaino di noce moscata… avevo perfino fatto dei calcoli per sapere a quanto corrispondevano due terzi di una tazza rispetto a una intera. Doris mi diede un altro colpetto sulla mano e annuì nel suo modo più confortante.

“Maggie ha fatto questa torta per quasi novant’anni. Non ti deve per forza riuscire bene la prima volta.”

Il petto mi si strinse per il dolore, che si attorcigliò dentro e attorno al mio cuore. Maggie Simmons era stata la ragione per cui ero rimasto in quel paesino. Quando tutti i miei amici se ne erano andati per trasferirsi in città o anche nella cittadina accanto, io ero quello che era tornato a casa con una laurea in arte e nessuna idea su cosa farci e poi era rimasto. Tre anni di studi, laureato con il massimo dei voti ed ero perso. Maggie mi aveva bloccato vicino alla cabina telefonica un lunedì mattina, parlandomi, senza darmi modo di intervenire, del suo cairn terrier, che continuava a rannicchiarsi tra le mie gambe mentre lei chiacchierava, la pelle del guinzaglio che mi si avvolgeva attorno ai pantaloni. Ricordo chiaramente quel giorno come il momento in cui la mia vita cambiò.

“Ho comprato il vecchio edificio della stazione ferroviaria,” aveva spiegato, e io dovevo aver risposto qualcosa di molto educato. Ero sempre educato, e Maggie mi piaceva. Dopotutto, lei non era soltanto un’istituzione a Burton Hartshorn, era anche un’indomabile forza della natura e aveva un braccio con cui faceva dei lanci perfetti. Se dovevo essere onesto, mi aveva spaventato anche un po’. Ricordo la frutta marcia che aveva tirato contro di me e altri due amici con una precisione millimetrica quando ci aveva beccato a cercare di rubare le mele dal suo piccolo frutteto. Il fantasma del dolore sul viso a causa del colpo della mela mi aveva fatto premere le dita sullo zigomo e reprimere un sussulto.

“Sto costruendo una biblioteca,” aveva aggiunto.

“Dove?” Di certo non lì a Burton Hartshorn, trecento anime che abitavano una zona poco conosciuta? Perché ci sarebbe servita una biblioteca quando potevamo andare a Buckingham per usare quella che c’era lì? Ricordavo l’eccitazione per la gita alla biblioteca con mio padre, nella sua scintillante Ford Mondeo. Le biblioteche sono file e file di scaffali che si allargano a macchia d’olio, pieni di ogni libro immaginabile; non sono posti minuscoli in culo alla luna.

“Non proprio una biblioteca,” mi aveva confidato in quel giorno d’estate. “Potremmo spostare lì l’ufficio postale quando Silvia andrà in pensione, a Natale, e ci sarebbero dei tavoli, tè e caffè da un piccolo bancone, e un’area lettura con grossi divani comodi. Potremmo organizzare un programma di scambio di libri e forse pubblicizzarlo con la scuola.” Ricordo l’espressione assorta sul suo viso. Anche allora, dieci anni prima, era vecchia. Beh, vecchia come appare qualsiasi persona sulla settantina e ottantina a qualcuno appena uscito dall’università.

“Sembra una bella idea.” Allora mi era sembrato di liquidarla con una falsa lode, e forse era stato così. Quello che aveva proposto era veramente una bella idea. Non ero mai tanto felice come quando avevo il naso in un libro, del tè accanto e forse un paio di biscotti al cioccolato su un piatto. Aggiungeteci della pioggia contro la finestra ed ero in paradiso. Certo, un fidanzato accanto a me, con la testa nel mio grembo, sarebbe stato la ciliegina sulla torta. All’improvviso, qualsiasi cosa Maggie mi stesse dicendo si era mischiata con la fine recente di un amore universitario.

“Beh, volevo parlarti,” aveva continuato, sottolineando ogni parola con uno strattone al guinzaglio del cane, finché il groviglio attorno alle mie gambe non era stato così intricato che non sarei mai riuscito a muovermi. “Adesso sei tornato, e mi serve qualcuno che gestisca questo posto. Non guadagneresti molto, bada bene, ma ci sono delle stanze all’ultimo piano e potresti farne ciò che vuoi.”

“Prego?” avevo chiesto, stupito.

“Mi piace tua madre,” aveva detto, un po’ impaziente. “Mi ha detto che sei senza radici, e che costruire qualcosa attorno ai libri e alla storia e alla famiglia sarebbe stata un’idea eccellente. Ha suggerito una piccola area adibita a galleria per i tuoi dipinti, e penso che sia un’idea adorabile.”

Vorrei essere stato in grado di concentrarmi su ciò che c’era di positivo in quella frase, ma ai tempi ero riuscito solo a provare rabbia verso mia madre che credeva che non avessi radici. Solo perché restavo a letto fino a tardi la mattina e mi stavo fissando con i programmi TV del pomeriggio non significava che non le avessi. Solo perché in quel momento non stavo dipingendo non voleva dire che non avrei potuto farlo se avessi voluto. Giusto?

Con un ultimo strattone del guinzaglio mi ero liberato dalla costrizione della pelle, ma non mi ero allontanato. Maggie mi stava tentando con un lavoro. Doveva essere così. Mi ero lanciato un’occhiata intorno per vedere se qualcuno ci stesse osservando. Lo sguardo mi era caduto sulla bellissima, vecchia stazione. A forma di elle, era vicina allo scavo profondo dove una volta la Great Central Main Line faceva correre i treni a vapore da Londra a Manchester. Accantonata negli anni sessanta, la stazione era andata in rovina finché un birrificio non aveva cercato di trasformarla in un pub. Non so come diavolo avessero pensato di costruirsi una clientela con il Red Lion dall’altra parte del paesino. Non era durato molto, e negli ultimi dieci anni o giù di lì la stazione era stata data in affitto, con un avvicendamento rapido dei locatari.

“È un posto bellissimo.” Maggie sembrava nostalgica.

Il tetto coperto di paglia aveva bisogno di essere riparato, le finestre bianche dovevano essere ritinteggiate, e la porta blu scuro mostrava tre mani scrostate di sfumature diverse. E il giardino era selvatico. Non solo per le erbacce, ma anche per lo sfoggio magnifico di verde e oro autunnali che non mancavano mai di farmi fermare a guardare. Non che i fiori mi piacessero così tanto, ma tutto l’effetto, con il tetto di paglia e le finestre con le lastre montate su piombo e l’aria generale di abbandono, in qualche modo catturava la mia immaginazione.

“Proprio bellissimo.”

“Ho ereditato dei soldi e l’ho comprata, è giusto che tu lo sappia. È mia in modo permanente, un piccolo posto che potresti trasformare in una casa.” Aveva parlato in modo cauto e mi stava fissando con un’espressione determinata.

“Vuole che gestisca l’ufficio postale?” La vita reale si era rimessa al passo con la mia fervida immaginazione, nella quale restauravo tutto da solo quella che una volta era la stazione trasformandola proprio in ciò che voleva Maggie. Grosse querce proteggevano dal sole il giardino sul retro, e l’edera si estendeva dalla costruzione principale a un piccolo ampliamento degli anni settanta con dei lucernari. Immaginai di strappare l’edera fino a esporre la bellissima muratura originale in mattoni di quella stazione straordinaria.

“Non solo l’ufficio postale,” aveva continuato lei. “Francobolli, pacchetti e posta, e un piccolo negozio che offra beni essenziali. Come bustine da tè, latte, senape e Marmite.”

Non avevo fatto smorfie per la strana combinazione di ciò che Maggie pensava fossero beni essenziali. Anche se odiavo quando finivo la Marmite e il mio toast restava privo di quella crema a base di estratto di lievito. “Senape. Marmite. Okay.”

“E il bar,” aveva aggiunto. “Con una piccola biblioteca, bei libri e tanti romanzi. Forse qualche DVD. Quando potresti iniziare?”

Ero rimasto lì immobile per un po’, poi mi ero anche accucciato per fare le coccole al cagnolino solo per prendermi del tempo per pensare. Nessuno sapeva quanti soldi avesse Maggie, ma lei ovviamente ne aveva abbastanza per pensare di comprare il vecchio edificio che una volta era stato la stazione di quella linea ormai in disuso. Non era un tipo solitario che nascondeva i soldi, ma non era neanche appariscente, e nessuno sapeva molto su di lei. Era la spina dorsale solida e calibrata di quel paesino benché in qualche modo restasse riservata. Il suo cottage, chiamato giustamente l’Apple Tree Cottage, con il suo frutteto, era proprio al centro della vita della piccola comunità, di fronte al laghetto delle anatre e alla piazza del paesino. Il cottage stesso risaliva a trecento anni prima e, quando ero piccolo, si vociferava che Maggie avesse la stessa età.

“Ho un colloquio all’ospedale per gestire l’archivio dei pazienti. Domani.” Volevo che si rendesse conto che avevo delle opzioni.

Lei aveva annuito. “Bene, bene. Non è proprio adatto a te, però, eh?”

Io? Bloccato in un ufficio con dei computer? No, non mi ci sentivo portato, ma pagavano bene e c’era una mensa per il personale con gli sconti. L’affitto a mia madre, benzina nell’auto, soldi sufficienti per comprarmi birra e materiale per disegnare, e sarei stato felice. A parte sacrificare otto ore al giorno per cinque giorni a settimana a quel lavoro brutto ma sicuro, ecco.

Non so cosa mi spinse ad accettare. Ma davanti a me si allineavano all’infinito lunghe giornate estive in cui non avrei avuto idea di cosa volevo fare, e non desideravo proprio accettare quel lavoro d’ufficio. Volevo del tempo per dipingere, vivere e fare qualcosa di speciale.

“No,” avevo risposto poi. “Posso iniziare subito.” Quelle parole l’avevano fatta sorridere, e prendere quella decisione è stata la cosa migliore che io abbia mai fatto.

Ecco come era andata allora, e ormai erano passati quasi dieci anni, durante i quali ero stato la presenza principale in quel posto speciale. Estirpare l’edera per rivelare la storia era stata la parte facile. Rifornire di merce, fare interventi di manutenzione, raccogliere fondi… quelle erano state le parti difficili. E tutti i giovedì mattina, Maggie veniva con le sue amiche, che conosceva tutte da sempre, e si sedeva con loro a parlare e bere tè, si scambiavano libri e rendevano il mio mondo un posto perfetto.

La mia arte era buona, avevo anche venduto alcuni pezzi e guadagnato abbastanza da mettere via qualche soldo dopo essermi comprato una macchina. Non so per cosa stessi risparmiando. Probabilmente in vista di quello stesso futuro nebuloso che avevo sempre cercato.

Poi c’era stato l’ultimo mese. La fine era arrivata all’improvviso. Maggie non era venuta al suo incontro di chiacchiere e torta del giovedì, ma era passata a trovarmi il venerdì seguente e mi aveva detto a bruciapelo che il suo tempo era scaduto e che a novantun anni aveva fatto la sua parte. Aveva lasciato la stazione e l’aveva legata a un qualche tipo di strano contratto di proprietà per il futuro, e quel lascito era importante per lei tanto quanto le sue creature.

L’avevo ascoltata parlare, e ogni parola si era annodata dentro al mio cuore a formare un’assurda palla di dolore, ed era rimasta proprio così. Il giorno in cui avevamo seppellito Maggie Simmons era stato soleggiato e luminoso. Le quattro settimane passate da allora erano state le più strane della mia vita. Non avevo un ragazzo al momento. Anzi, se dovevo proprio essere onesto con me stesso, non ne avevo avuto uno vero da oltre un anno. L’ultimo, Josh, basso, biondo e subdolo, era stato quello che mi aveva fatto passare la voglia di uomini per un’eternità. La sua abilità di rovinare tutto mi aveva lasciato diffidente e stanco dell’ambiente, delle sere fuori, del bere e del ballare e del mettersi in mostra. Volevo solo pace, volevo il mio paesino nella campagna del Buckinghamshire e volevo leccarmi le ferite e trovare quello giusto.

“Stai bene?” chiese con dolcezza la signora Patterson. Ritornai di colpo al presente e rimisi a fuoco lo sguardo sulla torta. Quella con la salsa di mele era una delle torte cotte al forno più richieste di Maggie nel piccolo bar. Assieme a un antico bollitore che fischiava e a dei bellissimi piattini e tazze di porcellana spaiati, la torta era parte di Maggie e del negozio: era gustosa, pezzetti di mela e una vena di cannella in ogni boccone, sempre perfetta. Lei aveva scarabocchiato una ricetta per me andando a memoria, ma ovviamente qualcosa doveva essere andato storto.

“Volevo solo fare qualcosa di carino.” Quello era il primo giovedì dopo il funerale che si erano di nuovo incontrate tutte. Ormai cinque invece di sei, c’erano state lacrime e risate ricordando i bei tempi. Era così che Maggie avrebbe voluto essere onorata dalle cinque donne che si definivano amiche.

“E noi ti vogliamo bene per questo,” disse la signora Patterson. “Maggie avrebbe riso,” aggiunse con un occhiolino sfacciato. La signora Patterson era senza dubbio una a cui piaceva flirtare. Un paio di nodi dentro di me si sciolsero gradualmente, e io liberai il respiro che mi si era incastrato nel petto. Erano lì a parlare di Maggie, a ricordarla, e anche se era fallito miseramente il mio tentativo di fare lo stesso, non aveva importanza. In qualche modo, durante la preparazione di quella cavolo di torta di mele, ero passato dal dolore all’accettare la perdita della donna a cui guardavo con lo stesso affetto che avevo per mia nonna.

“Sì.” La punzecchiai di nuovo, e la torta si sgonfiò ancora di più. “Avrebbe riso.”

Quando se ne andarono erano quasi le cinque, e io ripulii e lavai le stoviglie e le posate. Ogni pezzo di porcellana aveva il suo posto nella piccola cucina, e mi rilassai sul serio solo quando fu tutto in ordine. Probabilmente avevo bisogno di uscire quella sera. Sarei potuto andare a Northampton, avrei potuto incontrare Tim o Jack, amici dell’università, o anche Anna, una mia compaesana, che era stata la mia complice quando eravamo ragazzini liberi di riempire di divertimento ogni giorno dopo la scuola.

Svuotai la teiera dall’acqua che era rimasta e la rimisi sui fornelli. In qualche modo calcolai male la distanza e il fondo produsse un rumore metallico sulla piastra del fornello, la vibrazione dell’urto che mi correva lungo il braccio.

“’Fanculo,” sbottai, perché era quello che faceva ogni essere umano quando degli oggetti inanimati gli si ribellavano. Nessuno chiese cosa c’era che non andava, nessuno lo avrebbe fatto. “Che triste bastardo del cazzo, a parlare da solo,” borbottai.

Poi, con la convinzione che quella serata sarebbe migliorata con la birra e degli amici, salii fino alla mia camera da letto con la vista sugli ettari di campi verdi. Sarei uscito e avrei celebrato la vita di Maggie a modo mio: prendendomi una signora sbronza e parlando di cavolate con chiunque mi fosse stato a sentire.

Mi feci la doccia, scambiai parecchi messaggi con Jack su quale pub fosse il migliore e decisi cosa mettermi. Erano ormai quasi le sette. Trovati chiavi e portafoglio, chiusi a chiave l’edificio della stazione e mi diressi alla macchina, notando che a un qualche uccello bastardo era sembrata una grande idea battezzare i lucidi sportelli color argento.

“La storia della mia vita.”



Should I even be doing this? #BadTranslations

This week has been kinda stressful, mostly to do with a french translation of Back Home. In an attempt to get as many of my books out to a french market as possible i made the decision to take on another translator and it all kind of went tits-up (english'ism for *wrong*).

Things to bear in mind:

  • I have weekly, sometimes daily, emails/PMs/requests asking for my books to be in other languages, not just French, German and Italian.
  • I am desperate to get my stories into other languages so that readers who don't know English can read them. I want everyone who wants them to have access to my stories. What author wouldn't want that?
  • I have luckily found translators for French, Italian and German translations. People I trust (Benedicte Girault for French, Claudia Milani for Italian, Chris McHart for German).
  • All of my books, to date, that have been translated have sold enough to cover their fees and cover art. Some have been wildly successful, some have just broken even.
  • I want to keep the rights for my books - all of them. As far as I am concerned, unless I have no choice then I want to keep the rights to all my books, because trusting publishers is something I don't do much of anymore. Not after getting ripped off by Silver and ARe, and then messed around by Totally Bound (Pride).
  • I don't speak French.
  • Or German.
  • Or Italian.
  • Or Spanish.
  • In fact I only got a CSE grade 2 in French (and only Brits over the age of 46 will remember CSE's LOL)
When I pass on a book to be translated, there is an incredible amount of trust that I have to have in the translator. When the book is released, it is reviews that inform the quality of the translation.

When a book gets every other review calling on it as being a translation that was full or errors or that didn't flow, then as an author you begin to worry. Back Home is an older book, was the flow of the translation wrong because the writing in it is nine years or so old? Have other translation companies  deliberately commented on the book to make the translator of the book seem bad (believe me, I've seen this happen before)? Was the translator not a good one?

I don't understand. I don't know how to talk to the translators, or the readers. I rely completely on them knowing English, because as I said before, I am crap at languages. I feel lost, and uncomfortable, and i don't like it.

So, should I stop getting future books translated? Is it completely naive of us English authors to go about getting a translation done when we have no means of controlling the end product?

Because that is how I feel, out of control with it all. 

I am lucky enough that each of my translated books have sold really well, and the investment in them is one for the future, just like my audio books are.

Where does the buck stop? With me as the original author of the books? With me for contracting a translator out of my comfort zone? Me for not speaking french? Or is it with the translator?

Because believe me, the reason I get so sad about all this is that really the buck stops with me. 


L’ora decisiva (Santuario # 7)


L’ora decisiva (Santuario # 7)


È il primo dell’anno e Dale è su un aereo privato insieme a Emily Bullen. La sta riaccompagnando a casa dopo che la donna ha accettato di testimoniare contro il marito, il Senatore Thomas Bullen.

Purtroppo, né il Santuario né l’FBI hanno calcolato quanto lontano sia disposto ad arrivare Griffin Ryland nel tentativo di proteggere se stesso e i propri segreti.

Joseph scopre che Dale è in pericolo e, con l’aiuto della sua squadra di SEAL, lo aiuta a uscire da una situazione potenzialmente esplosiva e ad assicurare Ryland alla giustizia.

Un capodanno innevato, un aeroporto deserto, ostaggi e morti ed ecco che all’improvviso i due mondi del Santuario e dei SEAL si incrociano con conseguenze decisive per l’indagine.

Poi, con due settimane a disposizione in un resort in montagna, i due uomini scoprono di essere più innamorati che mai e che è giunta l’ora di prendere decisioni importanti per il loro futuro se vogliono che il ‘per sempre’ diventi una possibilità reale.

Santuario Serie

Libro 1 - Proteggere Morgan
Libro 2 - L’unico giorno facile
Libro 3 - Il momento della verità
Libro 4 - L’apparenza Inganna
Libro 5 - Il cerchio si chiude
Libro 6 - Il diario dei segreti

Acquistabile presso



2016 in review - RJ Scott - the year in numbers


2016 has been another very busy year, and it's only when I get to this point in the year and I summarize everything that I realise just how busy it's been.

Over 600,000 words, 13 new published stories, translations and audio of Texas, and others... yep, there is a reason I am feeling tired.

So if you are interested, here is how my 2016 played out...

Total words written in 2016 (1 January 2016 up to and including 20 December) - 627,202




AUDIO

The Heart of Texas
08/09/2016
Texas Winter31/12/2016

MM ROMANCE
The Rancher's Son (Montana 2)24/03/2016
Kissing Alex (Bodyguards Inc 6)26/04/2016
Boy Banned27/05/2016
A Cowboy's Home (Montana 3)08/07/2016
Kyle - The First Legacy (Legacy 1)31/08/2016
Snow in Montana (Montana 4)08/12/2016
Ice (with Chris Quinton)03/07/2016
The Road to Frosty Hollow (with Meredith Russell) 21/12/2016
Three10/03/2016

MF ROMANCE
Notes and Roses (Stanford Creek 1)25/02/2016
Love and Hope (Stanford Creek 201/09/2016
The Code (Dragons Hockey 1)26/10/2016
Snow and Secrets (Stanford Creek 3)15/11/2016

TRANSLATIONS - ITALIAN
L'apparenza Inganna (Still Waters, Sanctuary 4)02/03/2016
Il cerchio si chiude (Full Circle, Sanctuary 5)15/07/2016
Il diario dei segreti (The Journal of Sanctuary One, Sanctuary 6)18/11/2016

TRANSLATIONS - FRENCH
Eaux Calmes (Still Waters, Sanctuary 4)12/04/2016
Cercle Fermé (Full Circle, Sanctuary 5)15/07/2016

TRANSLATIONS - GERMAN
Ein Weihnachtswunder (The Christmas Throwaway)01/12/2016

PAPERBACKS
The Rancher's Son (Montana 2)24/03/2016
A Cowboy's Home (Montana 3)08/07/2016
Snow In Montana (Montana 4)08/12/2016
Love's Design / Kissing Alex (Bodyguards Inc Volume 2)26/04/2016
Boy Banned 27/05/2016
Kyle (Legacy 1)31/08/2016
Heat / Ice (Salisbury Stories)03/07/2016
The Code (Dragons Hockey 1)26/10/2016
Back Home re-release TB
Ellery Mountain (Volume 3)26/01/2016
Notes and Roses (Stanford Creek 1)01/07/2016

Here's to 2017!

Il diario dei segreti - disponibile ora



Il diario dei segreti

Jake trascorre sempre il Natale al Santuario uno.

Sin dalla sua infanzia, la cabina nascosta nei boschi è stata la meta della sua famiglia per le festività, e ora, con l’avvicinarsi del terzo anniversario dalla morte del padre, Jake organizza una breve vacanza per se stesso, Kayden e Beckett. Purtroppo, una tempesta di neve blocca il fratello e il suo ragazzo a New York e Jake si ritrova da solo in montagna.

Sean è in fuga e l’unico posto dove può rifugiarsi è una cabina di cui si fa cenno in un vecchio diario: la prima casa protetta del Santuario. La cabina non è più usata a scopo protettivo, ma sarebbe comunque un buon riparo dove potersi prendere cura delle proprie ferite e fare un bilancio della propria vita.

Nessuno dei due uomini è preparato a trascorrere una settimana di isolamento in reciproca compagnia e neppure a fronteggiare i segreti che minacciano di ucciderli entrambi.

Santuario Series

Libro 1 - Proteggere Morgan
Libro 2 - L’unico giorno facile
Libro 3 - Il momento della verità
Libro 6 - Il diario dei segreti

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Recensioni

Estratto

Capitolo 1

Percorrere l’autostrada I-87 verso nord diede a Jake un mucchio di tempo per pensare. La sua mente passò dai casi alla redistribuzione delle risorse, dalla famiglia al Santuario. Il paesaggio fuori dal finestrino, macchie sfumate di verde e grigio cemento, scorreva chilometro dopo chilometro e nella sua testa Jake spuntava tutto quello che aveva bisogno di accantonare per poter programmare i passi successivi. Maria se la sarebbe cavata bene alle Ope, meglio trasferirla a quella sezione. Manny e Josh dovevano lavorare al seguito del caso Bullen; Joseph aveva lasciato un messaggio per Dale dicendo che stava tornando a casa e, diavolo, Beckett doveva cominciare l’addestramento se pensava di fare coppia con Kayden.

“Terra a Jake.”

Parli del diavolo e spuntano le corna. La voce allegra del fratello gli arrivò nell’auricolare, interrompendo la quiete.

“Ciao,” lo salutò lui. Mise la freccia e si spostò per superare un camion particolarmente lento che trasportava tronchi, poi si concentrò sul rientrare nella propria corsia.

“Vuoi prima le belle o le brutte notizie?” chiese Kayden. Jake si sentì sprofondare lo stomaco. Aveva visto le previsioni del tempo prima di partire: sapeva quali sarebbero state le brutte notizie.

“Prima il pugno,” sospirò.

“Siamo bloccati dal ghiaccio.” Kayden e Beckett erano a New York e l’ondata di gelo sulla cui scia, secondo le previsioni, sarebbero caduti più di trenta centimetri di neve stava causando seri problemi anche a una città abituata a essere imbiancata. “Ho la sensazione che non ce la caveremo tanto in fretta.”

“Nessun problema,” lo rassicurò Jake. Non era la prima volta che il maltempo li costringeva a ritardare una visita alla baita e non sarebbe stata l’ultima. “Non vorrei sapervi per strada neanche se riuscissero a renderle di nuovo percorribili.”

“Il fronte della bufera ti sta raggiungendo a nord, Jake. Se fossi in te mi fermerei in qualche Motel 6. Prenditela comoda.”

Jake sbuffò all’idea di un Motel 6. Non avrebbe dormito in una di quelle catapecchie neanche morto, non dopo lo scarafaggio che ci aveva trovato qualche anno addietro. E, in ogni caso, poteva fare senza. Non aveva bisogno di un navigatore per sapere dove si trovava. “Sono a dieci miglia dall’uscita.”

“Diavolo, stai già salendo?” Kayden sembrò sorpreso, ma il viaggio era andato piuttosto liscio fino a quel momento. Si era fermato solo una volta per bere un caffè e per assecondare la sua passione per il cioccolato, e poi si era rimesso subito in marcia.

“Immagino di non dovervi aspettare neanche per domani, o sbaglio?”

“Mi dispiace. È tutto pronto ma non c’è verso di uscire dalla città, non nelle prossime ore, almeno. Proveremo il ventitré.”

“Non preoccuparti, fratello, ci sarà un caos inimmaginabile per strada. Resta dove sei e goditi il Natale lì a New York insieme a Beckett.” Guardò lo specchietto retrovisore: la brutta tempesta di neve si stava davvero avvicinando. “Sembra che la bufera mi abbia raggiunto.” Rise, anche se non si sentiva troppo dell’umore.

Si era già trovato murato dalla neve su alla baita. Molte vacanze insieme alla famiglia erano trascorse in quel modo: senza la possibilità di lasciare la montagna. Solo che… quel Natale era il terzo dalla morte del padre e lui, egoisticamente, avrebbe voluto trascorrerlo insieme a Kayden e, per estensione, anche a Beckett. La presenza del fratellastro lo avrebbe aiutato a tenere vivi i ricordi che aveva dei genitori e di loro due prima che tutto finisse così all’improvviso. La scomparsa di Max e Emma in un incidente aereo su quelle stesse montagne aveva ribaltato le loro vite in un momento, come solo la morte può fare.

“Pronto per le buone notizie?” chiese gentilmente Kayden, insinuandosi, con le sue parole, dentro al ricordo di un tempo più felice.

“Perché, ci sono anche delle buone notizie?”

“Manny ha fatto dei progressi con il caso Bullen ed è riuscito a decifrare qualche altro file criptato.“

“Che ha trovato?” Jake rallentò per imboccare la deviazione che portava fuori dalla I-87 e slittò leggermente sul sottile strato di neve e ghiaccio che si era accumulato sull’asfalto. Il fuoristrada riuscì però ad arrampicarsi su per la strada scivolosa e irregolare. I fiocchi presero a vorticargli intorno, leggiadri, soffici e bellissimi, ciascun cristallo che scendeva seguendo un suo percorso individuale guidato dal vento leggero. Naturalmente, non sarebbe durata ma il momento in cui la neve cominciava a cadere era uno spettacolo capace di ammaliarlo ogni volta.

“Ci sono dei file che riguardano l’FBI: liste di persone sotto controllo, contatti e roba del genere,” stava intanto dicendo Kayden.

Il caso Bullen si era concluso, per quello che riguardava il Santuario, con l’arresto del Senatore e di suo fratello Alastair. Ufficialmente concluso, perlomeno. In realtà Jake aveva dato ai suoi agenti il permesso di continuare a lavorarci individualmente, al di fuori delle missioni ordinarie. Non era stato il solo a rimanere scontento di come la vicenda era stata chiusa: troppi legami con terze parti lasciati nell’ombra. Non da ultimi quelli con l’FBI e Sean Hanson.

Dio, ogni volta che pensava a Sean, a come l’uomo aveva fatto il doppio gioco sia nei confronti dell’FBI che del Santuario lavorando per i Bullen, si sentiva travolgere dalla rabbia e dall’amarezza. Lo stronzo aveva operato come agente di collegamento fra il Bureau e la sua organizzazione, vendendo entrambi. Per cosa? Soldi? Manny non aveva trovato tracce di denaro, e sì che si era impegnato a cercare. A fondo.

“Stai pensando a Sean, vero?” lanciò il sasso Kayden, dimostrando ancora una volta di sapere perfettamente cosa gli passasse per la testa. Magari erano fratelli adottivi, ma era inquietante il modo in cui riuscisse a leggergli nei pensieri.

“No,” mentì lui.

“Bugiardo. Manny ha scoperto qualcosa anche su di lui, e cioè che aveva accesso ad alcuni conti bancari. È riuscito a ripercorrere la traccia lasciata dai soldi e purtroppo non depone bene a favore del bastardo. Depositi regolari da due fonti, una delle quali può essere collegata direttamente ai Bullen.”

Ogni barlume di speranza che Sean potesse essere ancora considerato uno dei buoni si spense in quell’esatto momento. Era stato pagato in cambio di informazioni e poi si era volatizzato quando il suo trasferimento verso una prigione federale era stato dirottato e lui liberato e fatto scomparire, quasi la terra l’avesse inghiottito. Incredibilmente bravo nel suo lavoro, da quel momento in poi era riuscito a sfuggire persino al normalmente infallibile Manny.

Jake si concentrò un secondo sulla biforcazione che aveva davanti e prese la strada di sinistra, quella che portava ancora più in alto sul fianco della montagna.

“Dobbiamo indagare ancora su di lui,” insisté poi, come se Kayden o Manny o chiunque altro al Santuario la pensasse diversamente. Il bastardo aveva fatto in modo di piacere a tutti: si era presentato come il perfetto agente FBI, con un sorriso che illuminava la stanza e un cervello sopraffino. Era entrato nella sua vita e l’aveva messa a soqquadro e poi, senza neanche battere ciglio, li aveva traditi tutti. Perché pensarci in quei termini gli faceva tanto male? Perché?

“Sei sicuro che te la senti di startene lassù tutto da solo?” chiese Kayden. Era chiaro che stesse cercando di cambiare discorso e Jake non poteva che essergliene grato.

“Più cibo di quanto me ne serva, un generatore con un mese di autonomia, libri, internet, una sala con i computer per il lavoro, la TV, una sauna e una doccia con bagno turco. Credo che me la caverò.”

Kayden fece un verso gutturale, forse con un pizzico d’invidia. La baita poteva anche essere vecchia, ma in quanto a lussi e comodità non le mancava niente. “Promettimi solo una cosa, Jake…”

Perfetto. Ora Kayden stava usando il tono di voce alla ‘sono tuo fratello, ti voglio bene e mi preoccupi’.

“Cosa?” sbottò un po’ esasperato. Era perfettamente consapevole di quale richiesta sarebbe arrivata e si era già messo sulla difensiva. Stava per dirgli di non lavorare, di dormire, mangiare e tutta l’altra roba che gli ripeteva quando era in pensiero per lui. Jake odiava quando Kayden entrava in modalità dottore.

“Cerca almeno di ritagliarti un’ora al giorno in cui non pensi al lavoro, okay?”

Jake rimase un po’ interdetto dal tono gentile. Lui e Kayden avevano un buon rapporto, ma il fratello era più il tipo che ti ordinava di fare qualcosa anziché chiederlo. Era chiaro che Beckett lo stesse ammorbidendo.

«Contaci.” Non gli costò niente prometterlo. Dopotutto doveva pur dormire, e non tutti i suoi sogni giravano attorno al Santuario. Alcuni, quelli che fingeva di non fare, riguardavano Sean.

Chiusero la telefonata e Jake guidò il Suv per l’ultimo chilometro prima della baita, passando vicino alle piazzole del campeggio. Vuote e spolverate di neve, il loro aspetto solitamente disordinato era ingentilito da quella bianca coltre che le faceva apparire quasi belle. Imboccò la strada privata e dopo qualche centinaio di metri dovette fermarsi. C’era un albero che bloccava il passaggio e Jake non seppe impedirsi di sorridere quando lo vide. Erano anni che minacciava di cadere e ogni Natale suo padre aveva ripetuto che dovevano tagliarlo. Con una sensazione di calore nel cuore, decise che quella sarebbe stata la volta buona: lo avrebbe fatto a pezzi con la motosega e poi avrebbe trasportato i ciocchi fino alla baita. Ovviamente, però, non era quello il momento giusto, anche perché doveva camminare un po’ per raggiungere la cabina e la neve stava cominciando a cadere con più intensità.

Dopo aver parcheggiato a lato della strada per lasciare spazio a Kayden nel caso fosse riuscito a raggiungerlo, e con il ricordo del papà e dei Natali passati a scardargli il cuore, si mise in spalla lo zaino e prese il borsone. Nessuno dei due era particolarmente pesante; qualche libro, il Kindle, un computer portatile e un po’ di vestiti. La baita era una casa lontano da casa e c’era un armadio pieno di abiti adatti alla vita all’aperto. Percorrere la breve distanza nella fredda aria montana fu come farsi una doccia gelata: ogni cellula del suo corpo era viva e sprigionava energia per tenerlo al caldo, mentre dalla bocca gli uscivano piccole nuvolette bianche ogni volta che respirava.

C’era abbastanza neve per terra da far scricchiolare il terreno sotto i suoi piedi, ma non a sufficienza da nascondere la strada e i punti di riferimento che ricordava dalle visite di tutta una vita. Il grosso abete che Kayden aveva scelto come albero di Natale quando era entrato a far parte della famiglia, salvo poi decidere che era il suo albero e meritava di crescere alto e rigoglioso. Le rocce coperte di arbusti e neve dove erano soliti sedersi e parlare quando erano ragazzi. Le stesse dove Kayden gli aveva raccontato com’era stata la sua vita prima che fosse recuperato dalla Comune fondata dal padre naturale. Dove avevano parlato della morte di quello stesso padre. Dove Kayden gli aveva rivelato i suoi sogni e le sue speranze, e dove Jake aveva capito che il suo nuovo fratello era un mezzo genio in grado di primeggiare nel calcolo avanzato e in biologia senza neanche dover studiare.

Per la parte finale della camminata il terreno era più piano e alla fine Jake spuntò dietro l’ultimo albero. La bellezza della scena che gli si parò davanti gli rubò per un attimo il respiro. La baita era esattamente come la ricordava dalla sua ultima visita ad aprile. Con il tetto basso e su un unico livello, occupava la porzione arretrata di una radura di circa mezzo ettaro e aveva un vasto spiazzo sul davanti. Circondata da uno steccato, era in quel momento coperta da un sottile strato di neve che le dava un’aria quasi incantata. Sorridendo al pensiero della pace che lo aspettava all’interno, coprì gli ultimi passi e digitò il codice di accesso.

Dopo aver battuto i piedi per terra per far cadere la neve dagli stivali, si chiuse la porta alle spalle e si liberò dello zaino e del giaccone. Il riscaldamento era acceso e Jake mandò un ringraziamento mentale ai suoi vicini, gli O’Brien, che abitavano a circa cinque chilometri di distanza. Erano stati iniziati già molto tempo prima ai segreti della Fondazione e, quando nessuno di loro era presente, tenevano d’occhio la cabina che una volta era stata il Santuario uno. Era parecchio che la baita non veniva più usata come casa protetta per nascondere i testimoni, ma i suoi sistemi erano aggiornati costantemente, come quelli delle altre cabine ancora attive. Purtroppo, la vicinanza con un sentiero turistico piuttosto frequentato aveva fatto sì che tornasse di proprietà di suo padre e, alla morte di quest’ultimo, sua e di Kayden.

Superato il disimpegno, Jake andò dritto nella camera che si affacciava sul lato destro del corridoio. Lasciò i bagagli ai piedi del letto e si stirò nel tentativo di sciogliere i muscoli dopo le ore al volante e la camminata al freddo. Poi, tazza di caffè bollente in mano per scaldarsi meglio, sedette davanti agli schermi dei due computer nella piccola sala comunicazioni. Dopo essersi loggato, diede un’occhiata alle sue email. Manny faceva da filtro e gli passava solo quelle davvero importanti. C’era l’invito a una raccolta fondi in marzo, perfetta per il milionario Callahan. Jake odiava quel genere di serate, ma spesso gli procuravano contatti interessanti, quindi non erano davvero una perdita di tempo. Dopo aver segnato la data nella sua agenda, passò alle altre due email. La prima era una richiesta di autorizzazione per un nuovo agente e la seconda una freddura che gli aveva inoltrato Manny stesso.

Collegandosi al suo geniale braccio destro, sorrise quando lo vide apparire sullo schermo.

“Sei in vacanza,” lo ammonì il giovane. Aveva un’espressione seria sul viso, ma gli occhi ridevano.

“Kayden dice che hai delle informazioni.”

“Ehi, ciao anche a te,” rispose Manny, scuotendo la testa.

“Ciao Manny, come stai? Come sta Josh? Che informazioni hai?”

Manny fece un sorriso splendente. “Josh sta bene. Tutto perfetto qui.”

I due si erano nascosti in una casa protetta in Canada dopo l’arresto del Senatore – troppe persone volevano servirsi di Josh per far sì che suo padre ritrattasse la propria testimonianza – e, finché i Bullen non fossero stati definitivamente fuori dai giochi, era lì che sarebbero rimasti. Jake sentiva la mancanza di Manny e del suo irrefrenabile buonumore: lo considerava la parte migliore di se stesso, quella che lo calmava, gli organizzava la giornata e gli diceva come andavano le cose.

“In ogni caso,” continuò Manny, “sembra che ci sia tutto un nuovo livello di collegamenti che ci stiamo perdendo, incluso qualche tipo di legame con l’FBI. Ho trovato solo qualche appunto e alcuni file cancellati che sto cercando di ricostruire, ma ormai è chiaro: i Bullen non solo hanno messo una persona all’interno del Santuario, ma usavano la stessa talpa anche per l’FBI.”

“Riesci a collegare Sean a entrambi?” Jake si sentì stringere lo stomaco. Aveva voluto credere nell’uomo, ma ormai sembrava che non si potesse più negare che fosse un traditore.

“No, niente di esplicito, ma continuo a lavorarci.”

“Bene.” Pensò di fare a Manny la stessa raccomandazione che Kayden aveva fatto a lui, e cioè di prendersi qualche ora, ma poi cambiò idea. Se lo avesse preso e tagliato a metà, poteva star certo che gli avrebbe trovato la scritta Santuario incisa dentro le ossa. Era coinvolto tanto quanto lui, ma perlomeno ora aveva qualcuno. Nonostante vivesse esiliato dal centro nevralgico della Fondazione, stava insieme al ragazzo che gli aveva rubato il cuore e, cosa più importante, era stata una sua scelta. Un giorno sarebbero tornati, ma non prima che Manny avesse avuto la certezza che Josh sarebbe stato al sicuro. Esattamente come Morgan, anche il giovane Headley sarebbe sempre stato un bersaglio per la famiglia che aveva contribuito a distruggere.

“Hai ricevuto un’email da Owen Reynolds, ma è arrivata a un indirizzo generico. Te la sto girando adesso insieme agli allegati.”

Owen? Non lo sentiva da… non ricordava neanche più quanto. Marzo, forse. Miglior amico di suo padre, ex FBI, ex agente speciale e consulente quando Max aveva messo in piedi il Santuario, l’uomo aveva passato più tempo all’estero che in patria. L’email arrivò. Erano gli auguri di Natale e una foto di Owen e di sua moglie Martha insieme ai loro cani, tre alani grossi e pacifici.

“Arrivata.”

“Per il momento siamo a posto. Tutto tranquillo. Solo il lavoro di routine.”

“Quanti incarichi abbiamo sotto Natale?”

“Non devi…”

“Manny, fai il resoconto come al solito, per favore.” Aveva aggiunto il per favore per mitigare l’impatto dell’ordine. Manny stava solo cercando di farlo rilassare, ma lui non aveva intenzione di andare in letargo per tutta la settimana, anzi, avrebbe lavorato e analizzato quegli aspetti che normalmente non aveva il tempo di considerare in ufficio.

“Abbiamo sette casi che si protrarranno fin oltre le Feste. Uno è una famiglia con due bambini.”

“Hai organizzato…”

“Sì, Babbo Natale passerà come al solito.” Il sorriso di Manny si allargò e Jake si trovò a rispondere allo stesso modo. Cercavano sempre di farlo quando c’erano dei bambini nelle case protette nel periodo natalizio; una tradizione che avevano cominciato quando avevano dovuto affrontare il loro primo caso con una famiglia al completo, poco dopo che Jake aveva preso in mano le redini della Fondazione.

Manny continuò: “Gli altri sei sono adulti. E gli agenti a disposizione sono Dale e Michaela, così possiamo coprire le emergenze, anche se questa neve ha bloccato tutto. Dale mi sta anche aiutando a chiarire qualche dettaglio in sospeso del caso Bullen.”

Poi Manny si scollegò con la raccomandazione finale di correre a farsi un bel bagno caldo per rilassarsi con la R maiuscola. Jake digitò una breve risposta a Owen per ringraziarlo degli auguri. Aggiunse anche che presto gli avrebbe scritto in maniera più esaustiva. L’uomo era sempre stato Zio Owen per lui e Kayden ed era stupido da parte loro non mantenere i contatti, anche perché era stato quasi un fratello per suo padre.

Spedì l’email e si appoggiò allo schienale della sedia, lo sguardo fisso sul monitor nero. Quelle prime ore alla baita erano sempre le più difficili. Sentiva una specie di senso di colpa perché non stava lavorando e al tempo stesso era consumato dalla smania di fare qualcosa, qualsiasi cosa, anziché stare lì seduto a guardare il proprio riflesso in uno schermo buio. Non prendeva altre vacanze durante il corso dell’anno, ma la sua famiglia aveva sempre trascorso il Natale lì al Santuario uno e, quando il periodo si avvicinava, il suo orologio interno gli segnalava che era giunto il momento di chiudere i battenti. Kayden gli aveva detto che aveva l’aria stanca, esausta addirittura, e Jake sapeva che da una parte dipendeva dal lavoro, ma dall’altra la sua mente era occupata da tutta serie di pensieri di natura personale.

Erano stati dodici mesi particolarmente impegnativi e lui non sapeva neanche da che parte cominciare a cercare di capire quanto fosse davvero stanco. Il Santuario era tre volte le dimensioni che era stato lo stesso periodo dell’anno precedente. I casi erano aumentati a dismisura, così come era cresciuto il numero degli agenti, per ognuno dei quali si sentiva personalmente responsabile. Amava il suo lavoro, gli piaceva ogni aspetto di ciò che faceva, ma era davvero sfinito. Stanco e, a essere onesto, anche deluso. Eccolo il colpo di scena: era deluso. Accidenti al maledetto Sean e ai suoi occhi grigi, che gli avevano fatto credere di potersi fidare di lui. Aveva visto Nick e Morgan mettersi insieme. Aveva visto Manny innamorarsi di Josh, e Dale trovare la sua anima gemella in Joseph, il suo SEAL. Cristo, persino suo fratello non era più da solo. Era possibile e, per qualche meravigliosa settimana, Jake aveva intrattenuto la speranza che anche lui potesse, finalmente, stare insieme a qualcuno che lo rendesse felice.

L’attrazione e il desiderio si erano però trasformati in disprezzo, senso di colpa e nella sensazione orribile di essere stato nient’altro che una marionetta nelle mani di un abile burattinaio. Eppure, nonostante l’odio che provava per lui, Jake ricordava ancora il sapore di Sean, la sensazione del suo corpo fra le braccia. Si erano girati intorno come due soldati sul campo di battaglia, la seduzione e i baci come arma, e Jake si era mezzo innamorato solo immaginando quello che avrebbero potuto avere. I piani per non rivelare più del dovuto si erano scontrati con il bisogno istintivo di allungare la mano. Se Sean non si fosse tirato indietro sarebbero stati amanti e solo Dio sapeva il disastro che ne sarebbe seguito. Jake non si limitava a essere stanco dopo un anno trascorso a gestire un’impresa come il Santuario, era anche arrabbiato, insofferente, triste e… era arrivato al capolinea, tutto lì.

Meglio che se ne stesse rintanato in montagna a leccarsi le ferite, e probabilmente era addirittura un bene che Kayden e Beckett non riuscissero a raggiungerlo. Guardò i regali che aveva comprato per i due uomini e all’improvviso si sentì sommergere da una stupida ondata di nostalgia. La carta argentata gli ricordava il colore degli occhi di Sean. Cazzo!

Meglio andare a farsi dell’altro caffè.

Capitolo 2

Sean Hanson era fottuto.

Non c’era verso che quella merdosa Toyota riuscisse a seminare il grosso fuoristrada che lo stava tallonando. Aveva preso la prima macchina di cui era riuscito a trovare le chiavi, peccato che fosse quella della segretaria del Senatore. Maledetto pezzo di ferraglia! Un paio di pallottole colpirono la carrozzeria e lui sbandò verso un furgone che proveniva dalla direzione opposta e che solo all’ultimo secondo riuscì a evitare di schiantarsi contro gli alberi. Non per la prima da quando aveva lasciato New York, Sean maledisse la decisione di essere tornato a recuperare il diario. Quei maledetti fantasmi che gli sussurravano nella testa e che gli avevano fatto venire il cuore tenero! E ora eccolo, lungo la I-87, inseguito da tizi armati mentre sopra di loro le nuvole spargevano quintalate di neve come se volessero svuotarsi tutto in una volta. Una pallottola si conficcò nello sportello proprio mentre percorreva una curva e Sean fece una smorfia. La bufera non faceva distinzioni tra il grosso fuoristrada e la sua piccola utilitaria con le ruote lisce, ma gli inseguitori erano comunque in vantaggio. Secondo il navigatore mancavano venti e passa chilometri alla deviazione, dopodiché c’era ancora dell’altra strada da fare prima di arrivare alla baita.

Si sentì attraversare da un’ondata di dolore proprio mentre con una manovra azzardata superava un Chevy, il cui autista non aveva chiaramente mai visto la neve prima di allora. La sofferenza gli arpionò il petto come una morsa nel momento in cui girò il volante. Gli avevano sparato e la pallottola gli aveva attraversato la carne da qualche parte nella spalla destra. Faceva un male del diavolo!

Il cellulare emise un beep per indicare che il trasferimento del primo file era stato completato e il suo livello di ansia calò leggermente.

“È arrivato tutto?” chiese all’improvviso.

“Tutto il primo file, il secondo sembra non riuscire ad andare oltre il sessantasette percento. Vediamo che possiamo fare,” rispose Owen Reynolds. “Dove sei?”

Sean cercò di disperdere l’adrenalina e concentrarsi su quello che gli era stato chiesto. Il suo orologio era in pezzi quindi Owen non aveva modo di rintracciarlo. Doveva cercare di riprendere i controllo di sé e fornirgli una posizione. “Ho appena passato il cartello che indicava Brant Lake sulla I-87. Mi stanno ancora dietro.”

“FBI o Bullen?”

“Non lo so. Un grosso Suv nero con i finestrini oscurati e gente armata.”

“Liberatene.” Sean avrebbe preferito pensare che ci fosse della preoccupazione nella voce decisa dell’uomo, ma tutto quello che riuscì a percepire fu il tono di comando. Chiaramente, però, era quello che gli serviva, perché sbatté le palpebre per scacciare la sensazione del dolore dalla testa e dal petto e si concentrò su quello che stava facendo. Perdeva troppo sangue. Doveva fermarsi e improvvisare una fasciatura, ma gli inseguitori non gli lasciavano spazio per pensare. L’unica cosa che aveva in mente era raggiungere il posto che Max gli aveva indicato, dove sarebbe stato al sicuro. Aveva fatto il doppio gioco con troppe persone e ora sembrava che tutti lo volessero morto.

“Ci sentiamo dopo,” sibilò, mentre un’altra ondata di dolore lo investiva. Dopo aver toccato l’icona ‘fine chiamata’ guidò la macchina attraverso la bufera, premette il pulsante per aprire il finestrino e impugnò la pistola con la mano sinistra. In genere era destrorso, ma in quel momento il braccio buono era fuori uso per via della ferita. Sperava solo che la sua mira fosse discreta anche con l’altra mano. Con ogni singolo brandello di forza diretto al raggiungimento del suo scopo, aspettò fino all’inizio della curva successiva e, quando intravide il punto in cui mirare, sparò una raffica di colpi. La SIG rinculò nella sua mano e Sean usò la scossa di dolore per riscuotersi dalla sonnolenza che cominciava a insinuarsi nella sua mente. Il Suv alle sue spalle sbandò mentre due gomme si sgonfiavano e poi scivolò attraverso la strada, andando infine a schiantarsi contro un albero.

Ne sarebbero tutti usciti illesi, ma perlomeno la minaccia immediata era neutralizzata. Premette il pulsante per chiudere il finestrino prima che la neve si accumulasse anche all’interno e poi cercò di riprendere il controllo della macchina, che aveva cominciato a slittare a sua volta sull’asfalto scivoloso. La I-87 era praticamente deserta, e Sean ringraziò l’opportuna bufera di neve per quel regalo inaspettato: faceva in modo che la gente restasse a casa e gli girasse alla larga. Cercò di rimettere la pistola nella fondina, ma invece gli scivolò di mano e cadde sul tappetino. Ma non gli serviva più. Nessuno lo inseguiva. L’avrebbe ripresa quando si fosse fermato.

Dieci chilometri all’uscita, qualche altro prima che la strada si biforcasse e poi un ultimo tratto per raggiungere la baita. Max aveva detto che ci sarebbero stati dei medicinali, delle coperte e probabilmente del cibo. Un posto dove nascondersi e ‒ udite, udite ‒ proprio una delle case protette del maledetto Santuario. Cristo, se qualcuno nella squadra di Jake si fosse accorto che stava usando uno dei loro rifugi sarebbe stato fregato. Se invece se ne fosse accorto Jake? Meglio non pensarci.

Jake. Doveva dirgli che gli dispiaceva quando tutto fosse finito. Lo odiava, glielo aveva letto in faccia. Diavolo, considerato che l’uomo aveva impiegato mesi per fidarsi di lui e abbassare la guardia, doveva avergli fatto un male cane quando lo aveva tradito insieme a tutta la sua squadra. Il dolore continuava a tormentargli la spalla e dovette sbattere gli occhi per contrastare l’incoscienza che minacciava di sprofondarlo nel buio. Non avrebbe voluto guardare, ma doveva. Guidando con cautela servendosi di una sola mano, abbassò lo sguardo e tirò indietro il maglioncino e la maglietta: troppo sangue per i suoi gusti, e troppo dolore. Sperò che il proiettile non avesse intaccato nessun organo vitale.

L’uscita gli si presentò davanti all’improvviso, costringendolo a frenare con più forza di quanto avrebbe voluto. La macchina slittò sull’asfalto e poi si spense. Dopo aver riavviato il motore, Sean fece marcia indietro sulla strada normalmente molto trafficata e riuscì a imboccare lo svincolo, ma le gomme sottili gli facevano sentire ogni avvallamento e dosso, mentre la sua testa colpiva il tettuccio più volte di quante si prendesse la briga di contarne. Se non fosse morto dissanguato l’avrebbe fatto a causa di una commozione cerebrale.

Quando giunse alla biforcazione voltò a sinistra. Le ruote posteriori scivolarono e Sean si trovò costretto a decelerare fino a fermarsi completamente. Se non fosse stato per il sangue, le pistole e la cazzo di bufera di neve, si sarebbe messo a ridere. Premette di nuovo l’acceleratore e la macchina cercò di muoversi, ma rimase bloccata nella neve sempre più alta. Ci mise un po’ più di forza e fu sorpreso quando le ruote si liberarono all’improvviso catapultandolo in avanti. Sean cercò di riprendere il controllo ma non ci fu niente da fare e la vettura cominciò a sbandare e scivolare. Vide un altro veicolo, un 4x4 fermo a lato della strada e poi, di fronte, una massa indefinita, un muro, un muro bianco in mezzo alla strada. La sua Toyota lo colpì in pieno e praticamente rimbalzò, scivolando dall’altra parte rispetto a dov’era il Suv. Sean non poté fare altro che tenersi e imprecare a più non posso, mentre la macchina si inclinava e scivolava all’indietro verso il ciglio della strada, adagiata sul fianco. Alla fine si fermò e lo slancio lo sbalzò prima in avanti e poi indietro, mentre la cintura gli premeva dolorosamente sul petto e contro la spalla ferita. Vide dei puntini neri ondeggiargli davanti agli occhi e inspirò a fondo attraverso il dolore, con boccate angosciose e affannate. Sbatté di nuovo gli occhi e cercò di concentrarsi sulla sua situazione… storta.

“Merda!”

Non vedeva niente dal finestrino del suo lato e solo la neve che cadeva da quello del passeggero, orientato verso il cielo. Contro cosa diavolo ho sbattuto? Merda! Non poteva essere troppo lontano dalla baita e avrebbe camminato per il resto della strada, se solo fosse riuscito a uscire da quella dannata macchina. Con cautela si tastò il braccio e le dita scivolarono sul sangue appiccicoso e viscido che colava dalla spalla. Si fermò un attimo per valutare la situazione e provò a muovere ciascun muscolo separatamente, sollevato dal fatto di non essere intrappolato. Bene, il pericolo immediato era quasi pari a zero, escludendo il sanguinamento, ma aveva già sanguinato in passato e sapeva che tutto sarebbe andato a posto. La cintura era bloccata e l’unico modo per uscire era tagliarla. Contorcendosi per raggiungere la tasca, ne astrasse il coltello a serramanico e cominciò a intaccare lo spesso materiale. Sentì qualcosa gocciolargli sull’occhio e, quando si passò il dorso della mano sulla fronte, trovò altro sangue.

Grandioso! A quanto pareva aveva sbattuto la testa, probabilmente procurandosi anche una commozione cerebrale. Con un suono gutturale si rese conto che forse quello spiegava perché gli facesse male: un’altra cosa di cui preoccuparsi. La cintura finalmente cedette, ma non essere più sostenuto significò crollare contro il finestrino piantato per terra. Gli faceva male tutto. Cercò la borsa e alla fine vide una maniglia, ma era incastrata sotto il sedile del passeggero. Dov’era la sua SIG? Era caduta per terra e gli serviva se doveva difendersi. La scorse sotto la borsa. Merda! Di nuovo. Non c’era verso che riuscisse a prenderle entrambe. Grugnendo per il dolore sempre più intenso dietro gli occhi cercò di strattonare un’ultima volta il borsone, ma non aveva più forze, quindi avrebbe dovuto lasciarlo lì.

E se fosse rimasto in macchina anche lui? Era stanco e l’idea era davvero allettante: appoggiarsi al sedile e magari aspettare che qualcuno di passaggio lo aiutasse. Chiamare l’ambulanza? La polizia? Cristo, persino una cella gli appariva invitante in quel momento. Merda! Doveva uscire da quella scatoletta. Chiuse un secondo gli occhi e si concentrò, poi, contorcendosi e spingendo, riuscì finalmente ad aprire il finestrino del passeggero e a issarsi sullo sportello ammaccato. Una volta fuori si trovò catapultato in un inferno bianco. La bufera di neve era diventata una vera e propria tormenta negli ultimi minuti e minuscoli proiettili di ghiaccio gli colpivano e pizzicavano ogni centimetro di pelle esposta. Era scappato con nient’altro che i vestiti che indossava quando era stato scoperto: un maglioncino leggero e una maglietta erano stati infatti più che sufficienti a tenerlo caldo nell’ufficio. Era stato colto di sorpresa in ogni senso. Ignorando i dolori e i doloretti che lo tormentavano ovunque, ricordò come la macchina fosse scivolata indietro lungo la collina. Si fidò del fatto che il muso puntasse verso la cima per scegliere la direzione verso cui camminare. Fintantoché si fosse arrampicato e avesse seguito la vecchia strada sarebbe certamente arrivato alla cabina, prima o poi.

Barcollò quando il suo piede colpì un albero caduto che ostruiva il passaggio, con ogni probabilità l’oggetto inamovibile contro cui aveva sbattuto. Il veicolo che aveva scorto prima era un grosso Suv 4x4 nero, ma la neve che gli vorticava attorno al viso rendeva difficile scorgerne i particolari, così lo ignorò e continuò ad arrampicarsi passo dopo passo su per la montagna. Si sarebbe dato dieci minuti per raggiungere la baita, poi avrebbe usato le poche facoltà che gli erano rimaste per accovacciarsi da qualche parte e aspettare che la tormenta passasse. La cosa positiva era che con il calo della temperatura corporea anche il sanguinamento sarebbe diminuito. L’unica cosa positiva. Si stava congelando: tremava, non sentiva più le estremità e a ogni passo aveva la sensazione che il suo piede pesasse più del piombo. Ho camminato dieci minuti? Mi sono fermato? Dove sono? In più di un’occasione si trovò in mezzo ai rami e si rese conto di aver lasciato la strada, una volta cadde addirittura nel fosso che costeggiava il lato sinistro. Con la neve che ormai gli arrivava alle ginocchia e che continuava inesorabilmente a salire, si trovò a chiedersi se potesse permettersi di sedersi e riposare.

La spossatezza lo svuotava di ogni energia. Se mi siedo qui, la neve mi coprirà come una coperta e starò al caldo. Ma erano pensieri pericolosi. L’unica cosa da fare era continuare a salire e salire. Sbucò da dietro una curva e ancora non vide altro che bianco. Sfinito e ormai insensibile a tutto, si fermò barcollando.

Ho fatto il mio dovere; ho convinto tutti di tutto e ho mentito per restare vivo. Non c’è bisogno che faccia altro. Owen ha tutto quello che serve per prenderli, per trovare il legame. Nessuno ha più bisogno di me. Devo solo chiedere scusa e chiarirmi con una persona. Jake, mi dispiace.

Il pensiero che Jake non venisse mai a sapere la verità, il pensiero di non vedere mai più l’uomo che aveva strappato via parte della sua corazza ed esposto ciò che si nascondeva sotto, fu come una scossa elettrica. Sarebbe arrivato a quella cazzo di cabina! Avrebbe inserito la blindatura, si sarebbe scaldato, avrebbe mangiato, si sarebbe rimesso e avrebbe preso le medicine per far andar via quel dolore al braccio. Avrebbe fatto tutto quello che serviva e poi si sarebbe consegnato. A Manny piaceva. Gli era piaciuto. Magari sarebbe bastato che restasse lì e facesse sapere al Santuario dove si trovava. Magari Nik o Dale sarebbero venuti a prenderlo e l’avrebbero riportato alla base. Cristo, magari il Santuario avrebbe potuto proteggerlo finché tutto quel casino non si fosse calmato. Come no, l’avrebbero aiutato sicuramente! Dopo quello che aveva fatto a tutti loro e a Jake in particolare, avrebbe potuto dirsi fortunato se Manny gli avesse pisciato sopra nel caso fosse andato a fuoco.

Un passo dopo l’altro continuò a salire finché andò a sbattere dritto contro un albero. Aspetta. Non è un albero, è uno steccato. Possibile? Costringendo la sua mente esausta a cercare lo steccato nell’immagine della baita che conservava nei recessi della memoria, raccolse ogni granello di energia residua e barcollò verso sinistra.

Prima o poi avrebbe trovato un passaggio. Eccolo. Uno spazio attraverso cui entrare. Aggrappandosi all’ultimo palo, si raddrizzò dando le spalle al bosco. Nei suoi ricordi la cabina avrebbe dovuto trovarsi a una decina di metri, ma non riusciva a vedere niente attraverso i vortici ghiacciati. Dieci metri davanti a lui… dritto. Trenta passi. Semplice. Poi due gradini, il portico e finalmente sarebbe stato fuori dalla neve. I passi bruciavano come fuoco lungo le sue gambe. Provò a contare ma niente aveva più un senso ormai.

Trovò i gradini e cadde in ginocchio, imprecando a voce alta per il dolore allucinante che gli percorreva i muscoli. Spostando le mani sulla neve, si aggrappò al corrimano. Un altro po’ e sarebbe stato al sicuro. La luce lo inondò all’improvviso e anche attraverso la foschia riuscì a scorgere una figura e sentire le sue urla, le parole smorzate.

“Merda! Che cazzo succede?”

Un paio di braccia forti lo sollevarono e lo costrinsero a lasciar andare il corrimano, strappandogli un grugnito quando le sue dita si staccarono a forza dalla presa. Non riusciva più a stare in piedi. Era al capolinea. La luce lo inghiottì.

“Blindatura,” riuscì a dire. “Chiudici dentro.” Non importava chi fosse quella persona. Lo aveva fatto entrare e, se quello era il vecchio Santuario uno, dovevano blindarlo. Ripeté le parole ancora e ancora e alla fine sollevò lo sguardo sull’uomo che lo aveva soccorso. Occhi blu dallo sguardo preoccupato. Occhi arrabbiati. A quel punto perse la battaglia contro la coscienza e si lasciò andare.




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RJ Scott si prefigge lo scopo di scrivere storie con un cuore pulsante d’amore, un viaggio arduo verso la felicità e, più importante di tutto, l’accenno di un ‘…e vissero per sempre felici e contenti’.

Durante la sua carriera di scrittrice, RJ ha scritto oltre novanta romance MM. Le sue storie parlano di personaggi particolari e complicati, cowboy, milionari, principi, e degli uomini che con loro hanno a che fare. Ciò che comunque non manca mai nei suoi libri è il lieto fine.

RJ vive appena fuori Londra e trascorre ogni attimo libero insieme alla sua famiglia oppure a leggere e scrivere.

Tra le sue pubblicazioni ci sono anche romance MF, per i quali usa lo pseudonimo Rozenn Scott.

L’ultima volta che si è presa una settimana di vacanza dalla scrittura non ha gradito e deve ancora incontrare, nella sua vita, una bottiglia di vino che non sia stata capace di sconfiggere.




Santuario

    1. Proteggere Morgan
    2. L’unico giorno facile
    3. Il momento della verità
    4. L’apparenza Inganna
    5. Il cerchio si chiude
    6. Il diario dei segreti




    Il miracolo di Natale


    Il Natale è il periodo dell'anno in cui tutti dovrebbero essere più generosi. Cosa fare, quindi, quando tutto ciò che si riceve è indifferenza?

    Per Zachary Weston Natale significa dormire su una panchina nel sagrato di una chiesa, sotto alla neve e senza nessuna speranza per il futuro. Cacciato di casa a causa della sua omosessualità, Zach si ritrova senza soldi e senza un posto dove andare. Finché uno sconosciuto non gli dimostra che lo spirito del Natale non è morto.

    Ben Hamilton è un novellino appena assunto dalla stazione di polizia del paese in cui è cresciuto. La notte della Vigilia, trova un giovane sconosciuto addormentato su una panchina. Sarà capace di compiere per lui un autentico miracolo di Natale?








    È passato molto tempo dall’ultima volta in cui Christian Matthews ha visto Daniel Bailey. Si erano incontrati all’università: Chris era all’ultimo anno e, in veste di assistente alla cattedra di letteratura, dava ripetizioni alla matricola Daniel che a tutto pensava meno che allo studio.


    Sette anni dopo, Chris sta cercando di restare a galla dopo che la scuola privata per la quale lavorava gli ha chiesto di abbandonare la sua posizione e l’ha minacciato di far scoppiare uno scandalo. Non ha un lavoro, non ha soldi e deve affidarsi al buon cuore dell’amica Amelia per riuscire a sbarcare il lunario e avere un posto dove dormire. Gli servirebbe un vero e proprio miracolo di Natale perché quell’ultimo anno si rivelasse qualcosa di completamente diverso da un totale fallimento.

    Poi arriva Daniel e all’improvviso tutto sembra di nuovo possibile. Chris si rende conto che non solo lo desidera ancora con tutto se stesso, ma questa volta potrebbe addirittura trovare il coraggio di confessargli ciò che prova.


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    Morgan Drake assiste a un omicidio in un vicolo ed è l’unica persona in grado di fornire le prove per incriminare il poliziotto che ne è il responsabile. Quando il rifugio segreto in cui l’FBI lo nasconde viene compromesso, Morgan segue le istruzioni fornitegli da Taylor, l’agente incaricato della sua sicurezza, e scappa. 

    Nik Valentinov lavora per il Santuario, una fondazione in grado di offrire protezione ai testimoni quando l’FBI fallisce. È da lui che Taylor manda Morgan perché lo protegga, ma nessuno dei due uomini si aspetta che due settimane da soli in una remota baita in mezzo ai boschi sconvolgeranno i loro cuori con qualcosa di completamente diverso dal tentativo di mantenere Morgan in vita.



    Dale MacIntyre, ex Navy SEAL e agente del Santuario, si finge il collaboratore di un membro importante della famiglia Bullen, ed è vicino a ottenere le prove che è stata quest’ultima a ordinare la morte di Elisabeth Costain quando… qualcuno si mette sulla sua strada.

    Joseph Kinnon, Navy SEAL in servizio, torna a casa dopo molti mesi di missione e si trova a dover affrontare la tragica notizia della morte della sorellastra, uccisa con un colpo di pistola da uno sconosciuto in un vicolo.

    È determinato a scoprire chi sia l’assassino quando… qualcuno si mette sulla sua strada. Entrambi gli uomini vogliono la stessa cosa, ma hanno metodi diversi per ottenerla. Entrambi vogliono vedere la famiglia Bullen alla sbarra, ma uno cerca giustizia, l’altro vendetta.

    Ciò che succede tra loro, comunque, non ha nulla a vedere né con l’una né con l’altra.


    Il Momento Della Verità (#3)

    Beckett Jamieson scopre di essere stato adottato quando, al compimento del suo ventunesimo anno, un avvocato gli consegna una lettera della madre. Il suo vero nome è Robert Bullen. Peccato, però, che la famiglia a cui dovrebbe appartenere sia coinvolta in attività criminali della peggior specie. Robert decide di contribuire a distruggerli ma finisce in ospedale, pestato a sangue e temporaneamente cieco. Un agente del Santuario lo accompagna in una casa protetta dove potrà riprendersi.

    Il dottor Kayden Summers, agente operativo del Santuario, non è per niente contento di ritrovarsi bloccato in mezzo al nulla insieme a un uomo privo di conoscenza. Quando però Beckett si sveglia, la situazione sembra peggiorare ancora, perché il giovane non si fida di lui ed è più determinato che mai a scoprire cosa nascondesse la madre, senza contare l’attrazione che nasce fra loro.

    Riusciranno a superare le loro divergenze e a eliminare la minaccia rappresentata dai fratelli Bullen?

    L’apparenza Inganna (#4)

    Il nuovo incarico di Adam lo vede costretto a lavorare insieme a un uomo che odia. Lo stesso uomo che due anni prima ha dimostrato di non avere fiducia in lui e in un solo giorno ha distrutto il loro rapporto.

    Lee è deciso a scoprire perché Adam ha tradito il Bureau e il caso Bullen gli presenta la scusa perfetta per rientrare nella vita dell’ex amante.

    La Fondazione Santuario e il caso Bullen sullo sfondo, riusciranno i due a capire che non tutto ciò che credevano fosse vero era reale?



    Il cerchio si chiude (#5)

    Manny Sullivan è la spina dorsale del Santuario. Nulla sfugge al suo sguardo attento e quando Manny scorge Josh Headley dove non dovrebbe essere, è lui che corre a salvarlo.

    Josh è entrato sotto la protezione della Fondazione dopo che il padre ha deciso di testimoniare contro i Bullen. La sua vita sembra essere a un punto morto: non solo il genitore è un assassino, ma il suo ragazzo si rivela un bugiardo che stava con lui al solo scopo di carpirgli informazioni. Spera però che le sue capacità informatiche gli permettano di dare il suo contributo per giungere alla conclusione del caso.

    La storia che ebbe inizio con l’omicidio di Elisabeth Costain si sta avvicinando alla conclusione e Josh e Manny si trovano al centro dell’azione.

    Quando Manny mette a rischio al propria vita, sarà forse arrivato per Josh il momento di mettere a rischio il proprio cuore?


    Il diario dei segreti (#6) Novembre 2016

    Jake trascorre sempre il Natale al Santuario uno.

    Sin dalla sua infanzia, la cabina nascosta nei boschi è stata la meta della sua famiglia per le festività, e ora, con l’avvicinarsi del terzo anniversario dalla morte del padre, Jake organizza una breve vacanza per se stesso, Kayden e Beckett. Purtroppo, una tempesta di neve blocca il fratello e il suo ragazzo a New York e Jake si ritrova da solo in montagna.

    Sean è in fuga e l’unico posto dove può rifugiarsi è una cabina di cui si fa cenno in un vecchio diario: la prima casa protetta del Santuario. La cabina non è più usata a scopo protettivo, ma sarebbe comunque un buon riparo dove potersi prendere cura delle proprie ferite e fare un bilancio della propria vita.

    Nessuno dei due uomini è preparato a trascorrere una settimana di isolamento in reciproca compagnia e neppure a fronteggiare i segreti che minacciano di ucciderli entrambi.


    Bio

    RJ Scott si prefigge lo scopo di scrivere storie con un cuore pulsante d’amore, un viaggio arduo verso la felicità e, più importante di tutto, l’accenno di un ‘…e vissero per sempre felici e contenti’.
    Durante la sua carriera di scrittrice, RJ ha scritto oltre novanta romance MM. Le sue storie parlano di personaggi particolari e complicati, cowboy, milionari, principi, e degli uomini che con loro hanno a che fare. Ciò che comunque non manca mai nei suoi libri è il lieto fine.
    RJ vive appena fuori Londra e trascorre ogni attimo libero insieme alla sua famiglia oppure a leggere e scrivere.
    Tra le sue pubblicazioni ci sono anche romance MF, per i quali usa lo pseudonimo Rozenn Scott.
    L’ultima volta che si è presa una settimana di vacanza dalla scrittura non ha gradito e deve ancora incontrare, nella sua vita, una bottiglia di vino che non sia stata capace di sconfiggere.
    È sempre contenta di interagire con i lettori, i blogger e altri scrittori. È possibile contattarla tramite i link sotto elencati: